Il primo libro di Douglas William Freshfield


1 – L’Autore

 

“In fatto di montagne per tutta la mia vita sono stato ciò che i miei compagni di scalate di più stretta ortodossia alpinistica stimano ‘un collezionista di inezie trascurate’. Ho camminato tanto sotto il limite delle nevi, quanto ho scalato o arrancato sopra di esso. Ho trovato interesse anche in ascensioni facili, che non offrivano pretesti per impegni ginnastici. Devo persino confessare di aver a volte preferito portare un ombrello al posto della piccozza. Insomma sono stato più un viaggiatore che uno scalatore.” Così Freshfield si presenta nella prefazione del suo ultimo libro Below the snow line del 1923. Questo essenziale autoritratto, tratteggiato con battute nelle quali traspare, con un tocco di humour, quella caratteristica tendenza anglosassone a ridimensionare i propri meriti che a volte sconfina un po’ nello snobismo, è alla fine troppo riduttivo del suo importante ruolo nella storia dell’alpinismo. Osservandolo in una foto di Vittorio Sella, una delle sue poche immagini pubblicate di alpinista in azione, ci possiamo effettivamente rendere conto della sua preferenza tra ombrello e piccozza. Ma la foto lo ritrae sui ghiacciai ai piedi del Jongsong-la, un passo di 6600 m che per primo valicò nel 1899, durante un memorabile periplo del Kanchenjunga, uno dei maggiori ottomila, e il fatto di impugnare un ombrello anziché una piccozza non sminuisce affatto il suo merito di essere stato uno dei maggiori pionieri anche nella stagione dell’alpinismo esplorativo in Himalaya. Il suo contributo non va misurato solo in termini di imprese intese con un metro sportivo. La sua azione alpinistica fu sempre subordinata a un costante spirito esplorativo, associato ad un eccezionale e connaturato “senso della montagna”, ed era accompagnata da una viva curiosità intellettuale per le culture dei paesi visitati e da una acuta sensibilità estetica per il paesaggio montano, così bene espressa nelle sue descrizioni. La scelta di mete e obiettivi non fu mai condizionata dalle mode, che subito rifuggì, dando così l’impressione di dedicarsi a bazzecole trascurate da chi correva dietro le montagne più appariscenti e alla moda. Pochi sono stati, tra i maggiori alpinisti anglosassoni, quelli che come lui non si sono limitati a considerare solo quelle Alpi racchiuse nel classico triangolo Chamonix-Zermatt-Grindelwald. Questa concezione lo accomuna a John Ball, Leslie Stephen e Francis Fox Tuckett. Soprattutto con quest’ultimo si trovò, fin dal primo casuale incontro in Val di Mello nel mezzo della sua splendida Traversata, in una medesima sintonìa d’intenti; così l’anno  successivo, il 1865, insieme effettuarono una brillante campagna alpina nelle Dolomiti e nelle Alpi Centrali. Il diciannovenne Freshfield iniziò la sua più rilevante attività alpinistica alla vigilia di un anno assai significativo per la storia dell’alpinismo. Quel 1865 che, pur con qualche forzatura, può essere preso a punto di snodo delle vicende alpinistiche. In quasi gli stessi giorni di metà luglio di quell’anno si conclusero due imprese di grande significato: la drammatica scalata del Cervino, che segnò il coronamento della prima grande stagione esplorativa delle Alpi, quella della conquista delle vette per la loro via più facile; e l’apertura della nuova via al Monte Bianco per lo Sperone della Brenva, che fu la prima affermazione di una nuovo indirizzo alpinistico. Quello di giungere su vette, pur già conquistate, lungo itinerari nuovi, non scelti per la loro facilità ma perché posti in evidenza dalla struttura stessa della montagna, come le creste, o perché suggeriti da canoni estetici, come l’imponenza o la bellezza di una parete e consapevoli delle maggiori difficoltà che tali itinerari avrebbero potuto comportare. Questa contemporaneità dà un maggior senso di svolta e sancisce il culmine di un decennio di attività alpinistica, la cosiddetta età d’oro, in cui si è assistito ad una decisa accelerazione nel progredire del movimento alpinistico e ad una crescente attività, sempre più diffusa dai tradizionali terreni di gioco occidentali a tutta la catena alpina. La spinta fondamentale a questo crescente interesse per le scalate alpine lo diedero in quegli anni (1857-1863) le creazioni dei club alpini che incanalarono e organizzarono una cospicua somma di energie fisiche e intellettuali.

Il decennio dell’età d’oro coincide per Freshfield con il suo apprendistato alpino. Il suo esordio sulla scena alpina avvenne infatti nel 1854. Furono i genitori Henry Ray Freshfield (1814 -1884), procuratore legale alla Bank of England, e Jane Quintin Crawford (1815-1901), che sposò Henry Ray nel 1839, a trasmettergli questa passione. Soprattutto la madre, che rivestì un ruolo significativo nella storia del movimento alpinistico femminile grazie alla sua prolungata e attiva frequentazione delle Alpi (dal 1854 al 1862) e ai suoi due libri, il secondo dei quali è dedicato alle valli del Bernina e nel quale è descritta la conquista della prima cima del sedicenne Freshfield, il M. Nero che si specchia nel Lago Palù in Valmalenco. Nel 1863, lasciata la tutela della madre, compì l’ascensione del Monte Bianco, allora culmine di una carriera alpinistica, per lui punto di partenza. In quella occasione incontrò la guida di Chamonix François Dévouassoud che gli fu fedele in tutta la sua attività alpinistica, ad iniziare dall’anno successivo nella grande traversata qui descritta. Il suo “terreno di gioco” furono le montagne di tutto il mondo, con ciò iniziando una concezione evolutiva dell’alpinismo già nel 1868 con una spedizione nel Caucaso in cui effettuò le prime ascensioni del Kazbek e della Cima Est dell’Elbruz. Il Caucaso è la catena montuosa nella quale si è espressa maggiormente la sua opera di alpinista esploratore e di scrittore, ma di sicuro sarebbe più facile e breve elencare i gruppi montuosi che non ha visitato! Sulle Alpi possiamo indicare solo le più importanti prime ascensioni: Presanella (1864); San Matteo, Tresero e Piz Varuna (1865); Pizzo Cengalo, Cima di Castello, Cima Orientale Di Lago Spalmo e Pizzo del Teo (1866); Torre Gran San Pietro e Tour Ronde (1867); Cima di Brenta (1871); Cima Vezzana (1872); M. Gleno (1873). La sua attività alpinistica si svolse sia sulle Alpi che fuori quasi annualmente fino al 1920, con un’ultima spedizione ai Selkirks nelle Montagne Rocciose canadesi. Le spedizioni extra alpine più rilevanti furono nel 1868, 1887 e 1889 nel Caucaso; nel 1899 il periplo del Kanchenjunga, con Vittorio Sella; nel 1904 sui monti della Grecia. Nel 1905 le pessime condizioni atmosferiche gli impedirono di ottenere sul Ruwenzori quei risultati brillanti che arrisero al Duca degli Abruzzi non molti mesi dopo.

Freshfield dopo gli studi a Eton si laureò in legge a Oxford nel 1867, ma non esercitò mai la professione di avvocato nello studio legale di famiglia, tutt’ora prestigioso e diffuso nel mondo, dedicò infatti la sua vita all’esplorazione delle montagne del mondo, agli studi geografici e alla storiografia alpinistica. L’Università di Ginevra gli conferì la laurea honoris causa per sua biografia di De Saussure. Eletto all’Alpine Club nel 1864, ne fu vicepresidente nel 1878-1880, presidente nel 1893-1895 e direttore dell’Alpine Journal dal 1872 al 1880. Fu a lungo Senior Member e nel 1924 fu nominato Honorary Member. Ricoprì prestigiosi incarichi anche alla Royal Geographical Society di cui fu presidente dal 1914 al 1917 e ne ricevette la “Gold Medal”.

2 – Il Libro

Questo suo primo libro è il diario della traversata della catena alpina da Thonon sul Lago di Ginevra a Trento, compiuta dal 14 luglio al 27 agosto1864, in compagnia di due coetanei, Richard Melvill Beachcroft e James Douglas Walker, e della guida di Chamonix François Dévouassoud. In appendice vi descrive la brillante ascensione al M. Bianco compiuta l’anno prima e grazie alla quale per lungo tempo fu il più giovane a raggiungerne la vetta. Il volume fu pubblicato privatamente in solo alcune decine di copie (chi afferma 50, comunque non più di 100) da regalare agli amici.

Oltre alla brillante descrizione della straordinaria avventura, vi apprezziamo il carattere fresco e immediato delle osservazioni di un diciannovenne della upper class vittoriana, che ci danno un vivo ritratto delle reali condizioni naturali e umane delle Alpi, in una fase ancora avventurosa del turismo alpino. Sono impressioni spontanee e in tutta sincerità, ma che rivelano una esperienza e una maturità di giudizio non comune a quell’età, certo frutto della sua già lunga e varia frequentazione delle vallate alpine. Lo stile di scrittura del libro, in forma di taccuino di viaggio, è semplice ma brillante e vario. Accanto alle frequenti ed erudite citazioni poetiche, derivate sì dalla fresca esperienza scolastica, ma primo segno di una sua propria sensibilità poetica sviluppata poi con gli anni (tra l’altro con il più volte citato Tennyson nascerà una profonda amicizia), alle estasiate e pittoriche descrizioni dei panorami alpini, troviamo anche giudizi scanzonati e annotazioni non prive di una certa supponenza, ovvia conseguenza in un esuberante giovanotto di ricca famiglia, forgiato dagli educatori di Eton alla piena consapevolezza di appartenere alla società più avanzata, qual era quella britannica di quel tempo e… forse stimolato dalle abbondanti libagioni di chiaretti, beaujolais e frizzanti vin d’Asti, non solo su colli e cime conquistate, libagioni sicuramente preferite a quelle delle chiare e fresche sorgenti alpine. Le rinfrescanti acque di quest’ultime, invece sì ricercate e allegramente godute alla fine della giornata, per ritemprarsi dalle fatiche dei quotidiani incredibili dislivelli (in totale 49.700 m in salita e quasi altrettanti in discesa). Pare siano stati proprio gli aspetti per noi scanzonati e simpatici, ma non in linea con lo stile e il carattere delle sue successive pubblicazioni (ed anche le non poche imprecisioni poi riscontrate nel testo, molte del tutto giustificabili, stando allo stato delle conoscenze in quel tempo in fatto di topografia alpina), che dieci anni dopo convinsero l’autore a farsi restituire il libro da chi l’aveva ricevuto in dono, dando in cambio il più meditato e compassato Italian Alps appena pubblicato. Con ciò rendendo ancor più rara la circolazione di questo ricercatissimo volumetto.

A parte brevi estratti pubblicati in due recenti occasioni, questa è la prima traduzione completa, che dà la possibilità al lettore italiano di conoscere una testimonianza significativa soprattutto per le montagne Valtellinesi e Trentine, che proprio in quegli anni e con il rilevante contributo di Freshfield vedevano l’inizio della loro esplorazione alpinistica. Con questo spirito esplorativo, la comitiva fa l’ingresso in Valtellina per una porta inedita, il Passo del Ferro, tra la Bondasca e la Val Masino e raggiunge i Bagni di cui ci fa una colorita descrizione. Quindi una lunga tappa, che culmina con la prima ascensione del M. Sissone, si conclude a Sils Maria. Molto attiva l’attività in Engadina con la seconda ascensione della Sella e del Palù Orientale,  che per la prima volta viene salito dal versante italiano. Traversata la Val Viola, dove Freshfield tornerà due anni dopo a salire nuove cime, fanno tappa a Bormio, bloccati per un giorno dal forte maltempo. Infine eccoli a S. Caterina dalla quale compiono la seconda  ascensione certa del Gran Zebrù. La loro cavalcata si concluderà in Trentino dove conseguiranno due importanti successi: la prima ascensione della Presanella e la prima traversata della Bocca dei Camosci nelle Dolomiti di Brenta.

Interessante la testimonianza sul rapporto, a volte contrastato, con guide e portatori locali che, a differenza dell’Engadina, in Valtellina e Trentino non si erano ancora organizzati. Una notizia che ha una certa rilevanza per una storia delle guide in Valtellina è venuta da una ricerca condotta nel corso di questa traduzione ed ha portato all’individuazione del nome (non riferito da Freshfield) del portatore che seguì, seppur recalcitrante, la comitiva in vetta al Gran Zebrù . Si tratta di Ignazio Antonioli di S. Antonio Valfurva, che quindi risulta il primo valtellinese a compiere una rilevante ascensione sulle montagne di casa.

Volessero oggi, dopo 150 anni, ripetere il loro percorso, in molte parti non sarebbe possibile. Strade e persino autostrade si sono sovrapposte ai loro itinerari, intere vallate da loro traversate sono state sommerse dai laghi artificiali di imponenti dighe; troverebbero impianti di risalita e, disseminati anche negli angoli più impervi, attrezzatissimi rifugi con livelli di accoglienza da invidiare agli hotel di fondovalle (soprattutto per gli abbondanti menù così tanto mancati all’autore!). La traversata qui descritta è stata in fondo la prima delle numerose “Alte Vie” che ora intersecano le Alpi in tutti i sensi, e leggerne il resoconto è anche un modo per riscontrare ciò che mai più sarà possibile rivivere nelle nostre Alpi in esperienze umane e in rapporto ad un ambiente naturale spesso fin troppo addomesticato. Esperienze simili sono ora in parte replicabili solo nelle lontane montagne extraeuropee, ma anche qui escludendo le mete più famose ormai affollate e organizzate quasi come sulle Alpi. Dalla lettura di questo diario ci viene quindi un invito: con la nostra intelligenza, fantasia, curiosità e sensibilità, ricercare spazi e luoghi fuori delle vie battute dove rivivere almeno in parte le emozioni di Freshfield e compagni.

 

Angelo Recalcati.

 

Douglas W. Freshfield. La traversata delle Alpi da Thonon a Trento. Traduzione di Maddalena Recalcati. Ed. Itinera Alpina, Milano. Edizione di 600 copie. Prezzo 40 euro + spese di spedizione.

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