Freshfield: il diario della campagna alpina del 1865


Una primavera dell’alpinismo dolomitico

30 maggio – 6 giugno 1865, la prima traversata alpinistica delle Dolomiti

A cura di Angelo e Maddalena Recalcati

Pubblicato su ALPI  VENETE 2015 – 2016

Quella che presentiamo è la prima inedita pubblicazione, in traduzione, di una parte del diario autografo di William Douglas Freshfield tenuto durante la campagna alpina del 1865, compiuta con Francis Fox Tuckett, John Henry Backhouse, George Fox e con le guide François Dévouassoud di Chamonix e Peter Michel di Grindelwald. La parte iniziale della campagna, intitolata da Freshfield Ten days in the Mountains of Venetia” costituisce la prima grande traversata alpinistica delle Dolomiti, dal 30 maggio al 6 giugno, da Agordo a San Candido .

Freshfield e Tuckett si erano conosciuti in modo sorprendentemente casuale l’anno prima, il 10 agosto all’imbocco della Val di Mello. Così Freshfield ci descrive il loro incontro: “…proprio mentre l’alba si profilava dietro il Disgrazia, udimmo gente muoversi all’interno delle baite, fatto insolito a quell’ora, e mentre vi passavamo accanto vedemmo uscire dalla porta un paio di pantaloni di flanella che nessuno del posto avrebbe mai potuto indossare. La conferma di una voce inglese non fu certo necessaria per darci la certezza che, in modo tanto inaspettato, stavamo per imbatterci in alcuni nostri compatrioti. Il gruppo risultò composto da F.F. Tuckett e Mr. Brown “di Genova” con le guide Christian Michel di Grindelwald e J. B. Walther di Pontresina, che stavano giusto partendo per attaccare il Disgrazia.”1 Fu sintonia d’intenti a prima vista e fu naturale che Tuckett vedesse in quel diciannovenne entusiasta e intraprendente un ideale compagno d’avventure esplorative, e lo scelse per la campagna dell’anno successivo, “ la più ricca di successi dell’attività alpinistica di Tuckett” 2.

Nella primavera del 1864 era stato pubblicato il libro di Josias Gilbert e George Cheetham Churchill The Dolomite Mountains. il primo importante libro che descrive l’intera regione dolomitica. Tra i primi lettori vi furono Freshfield e Tuckett e molto probabilmente fu proprio questa lettura a suggerire ad entrambi per il 1865 una “expedition” alpina che iniziasse proprio con una traversata delle Dolomiti. Inoltre lo stesso Tuckett ci dice: “Proprio prima di partire ebbi uno scambio epistolare con Mr. Gilbert (uno degli autori di quel bel libro sulle Dolomiti) che gentilmente mi inviò a Venezia una lunga lettera piena di utili notizie e suggerimenti da molti dei quali traemmo un gran beneficio3.

Le Dolomiti erano poco conosciute da entrambi, come allora dalla gran parte degli alpinisti britannici e non. Tuckett dal 3 al 6 agosto 1863 le aveva sì traversate da San Candido a Bolzano passando da Cortina, ma con spirito esclusivamente escursionistico, giusto una presa di contatto con il nuovo ambiente alpestre. Freshfield, nel tratto finale della sua traversata da Thonon a Trento del 1864, era entrato nel cuore delle Dolomiti di Brenta, ma quelle orientali le aveva intraviste solo da lontano. Le Dolomiti erano quindi un terreno ideale per questi due alpinisti nei quali era preminente lo spirito esplorativo che non quello della conquista sportiva, in un anno come il 1865 che, in una certa visione storiografica un po’ schematica, segna la conclusione della “golden age” dell’Alpinismo, ovvero il decennio che ha visto la salita delle più importanti cime delle Alpi. Quelle cime tuttavia erano soprattutto quelle occidentali, poiché in una buona metà dell’arco alpino, quella centrale e orientale, la stagione delle conquiste era solo all’inizio.

Fu una straordinaria galoppata dalle Dolomiti alle montagne della Svizzera centrale, compiuta tra fine maggio e metà luglio, sulla quale Freshfield, durante l’agosto successivo, scrisse un completo resoconto trasportando con la massima cura su tre quaderni le note di taccuino, sicuramente in vista di una successiva pubblicazione, come era avvenuto l’anno precedente dopo la traversata da Thonon a Trento. Il testo fu steso sul foglio di sinistra, lasciando bianco quello di destra per le eventuali correzioni o integrazioni; fu anche rivisto da Tuckett, del quale si notano varie correzioni e aggiunte a matita, siglate F.F.T. Tuttavia il progetto di una completa edizione di quel manoscritto non fu poi preso in considerazione ad eccezione dell’utilizzo di alcune sue brevi parti. I tre quaderni furono in seguito donati da Freshfield a Henry Fairbanks Montagnier, alpinista americano suo intimo amico e collaboratore, anzi quasi coautore per la biografia di H. B. De Saussure, che valse a Freshfield la laurea honoris causa all’Università di Ginevra, e nella sua ricchissima biblioteca alpina rimase a lungo. Infine, conformemente al motto latino habent sua fata libelli (la libreria parigina dove l’acquistati si intitolava appunto Fata Libelli), il manoscritto nella primavera del 1998 entrò nella mia collezione. Subito ne compresi l’interesse storico e nacque il desiderio di una sua pubblicazione, ma le difficoltà di decifrazione della calligrafia e l’impegno redazionale che si presentava erano scoraggianti. Solo dopo la bella e positiva esperienza della traduzione del primo libro di Freshfield, Across Country. From Thonon to Trent, condotta con mia sorella Maddalena, ritornò il desiderio di affrontare anche il manoscritto, del quale presentiamo la parte relativa alle Dolomiti.

Nel classico volume di Freshfield Italian Alps, edito dieci anni dopo nel 1875, troviamo solo brevi parti riconducibili al manoscritto: la descrizione della prima tappa da Agordo a Primiero e parte della seconda da San Martino di Castrozza a Caprile. Ma qui il testo è in gran parte solo un riassunto di quello del diario che, in corrispondenza di queste tappe, risulta molto “lavorato”. Cancellature, integrazioni, riscrittura di lunghi tratti, e una calligrafia che con gli anni era diventata ancor meno facilmente decifrabile, hanno reso assai laborioso individuare il testo originario. Fortunatamente dalla metà della seconda tappa il manoscritto non era stato rivisto, perché poi Freshfield non ne pubblicò resoconti, Fu immediato rendersi conto che rispetto al testo pubblicato su Italian Alps il manoscritto aveva una maggiore ampiezza e uno stile assai più vivo e interessante, ci siamo perciò proposti di ricostruire la redazione originale, pubblicando anche le note brevi e sintetiche ma assai curiose dell’ “Introductory“, ossia del viaggio da Londra a Venezia.

Oltre all’importanza del documento, vorremmo far notare la freschezza e vivacità delle descrizioni e dei giudizi del diario, che mancano nella revisione fatta per la parte pubblicata dieci anni dopo. Quasi seguendoli passo passo possiamo entrare in modo particolarmente diretto e vivo in quel lontano mondo dei primi pionieri dell’alpinismo, ne possiamo rivivere le aspettative, le emozioni, le abitudini, i comportamenti, lo stupore per le reazioni degli abitanti delle località attraversate, o il clima socio-politico in un anno che è vigilia per la regione veneta di decisivi cambiamenti storici. Grande è la loro meraviglia di fronte a paesaggi e grandiose strutture rocciose, così nuovi per loro che spesso cercano confronti che a noi sembrano bizzarri (con montagne della Norvegia, i passi dell’Oberland Bernese o la spiaggia di Brighton…). Questa traversata per loro è la prima conoscenza di un ambiente che visiteranno di nuovo con importanti successi (Civetta, Vezzana). Ci possiamo anche rendere conto delle difficoltà organizzative e del notevole impegno finanziario che queste “expeditions” comportavano, che quindi erano possibili solo ad appartenenti ad elevate classi sociali, ma a loro agio sia negli hotel di lusso che nei rudi bivacchi. Una preoccupazione che li assillava era quella del cibo. Certo, gli enormi dislivelli quotidiani superati comportavano un dispendio di calorie da integrare quotidianamente, ma non sempre era possibile sia riguardo alla quantità che alla qualità dei cibi in una rete di locande ancora impreparate a rispondere alle esigenze del nuovo turismo alpino, e in un mondo alpino dove le abitudini alimentari contrastavano visibilmente con quelle della upper class britannica! Con i conseguenti commenti e critiche che ci appaiono sicuramente supponenti e ingenerosi, che molto probabilmente non avrebbero trovato posto in una edizione a stampa, ma che comunque ci rivelano anche qualche aspetto meno simpatico della personalità di questi “Gentlemen”. Una testimonianza che ci può colpire è quella relativa alla constatazione di un non indifferente inquinamento nelle Alpi un secolo e mezzo fa. Le considerazioni fatte sui fumi e la colorazione delle acque fluviali prima di giungere ad Agordo non ci danno un quadro proprio “bucolico”, come invece siamo portati a pensare fosse a quel tempo. Causa principale era la maggiore diffusione nell’arco alpino delle industrie minerarie che oltre all’inquinamento di acque e aria e ai gravi danni da piogge acide, determinavano diffusi disboscamenti.

Il risultato alpinistico più importante da loro conseguito, oltre alla prima doppia traversata del gruppo delle Pale di San Martino, è la seconda ascensione della Marmolada, e grazie a questo diario ne è emerso qualche non secondario problema storiografico. Tutti, guide, manuali e monografie riportano l’ascensione di Lord Francis Douglas con Pellegrino Pellegrini alla Marmolada di Rocca come avvenuta nel giugno 1865, poche settimane prima delle sua conquista del Cervino e della sua tragica fine il 14 luglio. Fonte di questa notizia è il volume di Pietro Mugna Impressioni e desideri dall’Agordino. Padova 1874, in cui racconta l’incontro ad Agordo con Lord Douglas ed un suo amico “ nel giugno del 1865” e che lo raccomandò a Pellegrini, la guida di Rocca scelta per l’ascensione alla Marmolada. L’archivio della Sezione del CAI di Agordo conserva4 su un foglio staccato l’attestato di Lord Douglas rilasciato a Pellegrini dopo l’ascensione, purtroppo non datato. Come potrete qui leggere, questo attestato si trovava nel libro dei viaggiatori alla locanda della Signora Pezzé a Caprile il 2 giugno 1865 e fu da Freshfield letto e citato nel diario. Quindi sicuramente quella data indicata da Mugna non è possibile. Molto probabilmente non lo sarebbe nemmeno quella del maggio 1865: troppo presto per effettuare l’ascensione, poi troppo vicino (pochi giorni) all’arrivo della comitiva Freshfield, e sicuramente Pellegrini e la Pezzé ne avrebbero più esplicitamente parlato. Che senso poi poteva avere per Lord Douglas una spedizione mordi e fuggi nelle lontane Dolomiti solo sulla Marmolada di Rocca, cima da altri già salita varie volte, per poi essere subito dopo, come documentato da Mumm, nell’Oberland Bernese dove valicò il Mönchjoch il 24 giugno e probabilmente prima fu al Wetterhorn5. E’ molto probabile che l’ascensione di Douglas della Marmolada di Rocca si sia svolta nella stagione estiva del 1864, quando era già in Dolomiti con l’amico Francis Law Latham, con cui effettuò l’ascensione dell’Antelao l’8 settembre. In tal caso questo dotatissimo e sfortunato diciassettenne avrebbe potuto essere il primo salitore della vetta massima se solo la sua guida avesse avuto più coraggio. Infatti è “Pellegrini eccellente alpinista, e uno che non è conscio del proprio valore, perché avrebbe potuto facilmente salire la più alta punta della Marmolada”, così ha attestato Lord Douglas. Un’altra minore precisazione, riscontrabile ancora dal diario, è che Pellegrini non raggiunse la vetta con la comitiva Freshfield, fermandosi ai piedi del ghiacciaio, contrariamente a quanto scritto da L. Darmstädter6 e in seguito da altri autori.

La pubblicazione della traduzione di questo diario ci permette di ribadire l’importanza storica di questa prima traversata alpinistica delle Dolomiti spesso nemmeno ricordata, come ad esempio in testi pur recenti che riguardano le Dolomiti di Auronzo, o datata in modo errato, anche in importanti pubblicazioni. In questo caso però il primo responsabile è stato proprio Freshfield e l’errore nasce nella sua primissima redazione del testo di Italian Alps. Infatti nella riduzione del testo del diario, effettuata sul corrispondente foglio a destra, vi scrive 1864 invece di 1865, errore che si propagherà dalla prima edizione di Italian Alps, alle successive, alle traduzioni e a molta saggistica.

Naturalmente la traversata delle Dolomiti è stata solo l’inizio di quella intensa estate; seguì una visita disturbata dal maltempo nei gruppi del Gross Glockner e del GrossVenediger. Favoriti in seguito dal beltempo, colsero invece importanti prime nello Zillerthal (Mösele), Stubai e Oetzthal (Pfaffenschneide, Wildspitze, Weisskugel). Quindi nel Gruppo Ortles Cevedale si assicurarono la prima traversata dell’Ortler Pass, e le prime ascensioni della Punta San Matteo e del Tresero (29 giugno). Due giorni dopo da Molveno effettuarono la traversata della Bocca di Brenta, clamorosamente mancata l’anno prima, messi fuori strada da una sedicente guida! Il 3 luglio fu la volta della seconda ascensione dell’Adamello con la prima traversata in Valcamonica. A questa fa seguito il 6 la prima salita del Piz Varuna, nel gruppo del Bernina, il 7 la traversata del Passo di Mello fino ai Bagni di Masino e il giorno dopo la prima traversata del Passo di Bondo. Gli ultimi giorni furono ostacolati dal maltempo e la loro ultima vetta fu il Piz Urlaun, il giorno11, quasi un omaggio al pioniere Padre Placidus à Spescha che l’aveva salita nel 1793 e da allora non più visitata. Il 13 luglio la comitiva si sciolse. C’è quasi un significato simbolico in questo particolare giorno: è la vigilia della conquista del Cervino che viene generalmente considerata come l’impresa che chiude una fase storica dell’alpinismo, la cosiddetta età d’oro, quella della conquista delle vette per la via più facile. Il giorno ancora dopo l’impresa della via al Monte Bianco per lo Sperone della Brenva apriva un’altra fase: quella di scegliere un itinerario di salita consapevoli che non è il più facile, ma più bello e nuovo! Ma per le Dolomiti e gran parte delle Alpi Centrali si era ancora al tempo dei pionieri esploratori come Tuckett e Freshfield.

Prologo

Giovedì, 18 Maggio 1865

Da Londra a Parigi in treno, una traversata a Boulogne tranquilla e veloce di h 1.40 col traghetto in coincidenza con la marea. A Parigi alle 8.15 di sera. Preso alloggio all’Hotel du Louvre e in serata passeggiata lungo i Champs Élysée, con sosta nei café chantants all’aperto. Notte serena e molto affollata. Passa un pastore inglese in compagnia di due parenti molto anziane con eccentrici cappellini di stoppa di lino. La compagnia suscita commenti “Quelles sont drôle ces Anglaises7.

Venerdì, 19 Maggio

Arriva Tuckett con Fox e Backhouse con il primo treno. Visita al Louvre, nel pomeriggio giro in carrozza al Bois de Boulogne e incrociato l’imperatrice. Salita all’Arc de l’Etoile dominante una magnifica veduta di Parigi. Bella giornata. La sera partenza con l’espresso per Vienna.

Sabato, 20 Maggio

In treno. Alba sui Vosgi. Aggirata Strasburgo con la sua cattedrale e varcato il Reno a Kehl. Nidi di cicogne e dei loro piccoli sui comignoli. Ai piedi delle colline della Foresta Nera e giù verso Stoccarda, piccola e allegra capitale dagli ippocastani rossi. Attraverso la verdeggiante valle del Neckar e su per una stretta gola a un altipiano; discesa a Ulm e al Danubio. Poi attraverso la strana pianura Bavarese con i suoi limitati orizzonti di boschi, intervallati e intaccati da verdi stagni torbosi, fino a ché gli alberi lasciano il posto ad Augsburg e alla lontana veduta delle Alpi del Vorarlberg. Arrivo a Monaco alle 7.30 della sera. Pessimo ristorante salvo la birra. A mezzanotte a Salisburgo. Un gentile doganiere non ispeziona i bagagli. Forse ai suoi occhi gli alpenstock servivano come testimoni per scopi del tutto innocui. Molto bene!

Domenica, 21 Maggio

Di primo mattino sulle montagne del Salzkammergut ancora striate di neve. Nostri compagni di viaggio un ufficiale austriaco e una ragazza svizzera che non avevano altri occhi se non per il bosco viennese; belle colline verdeggianti. Raggiunta Vienna al mattino alle 9.30 (37 ore da Parigi). Città molto affollata per le corse. Difficoltà a trovare una sistemazione, rimaneva il “Kaiserin Elizabet”. Uscita in serata a passeggiare al Prater, per tre miglia attraverso lo scenario naturale del parco fino all’ippodromo. Grande corsa a ostacoli. Piccolo galoppo preliminare in cui i cavalli rifiutano l’ostacolo e si preparano alla gara. L’imperatore e l’imperatrice ci passano vicini e si torna in albergo. Vetture eleganti, diligenze ben equipaggiate. Passanti dall’aspetto ordinato, le loro mogli come una brigata di governanti tedesche in libertà per il giorno festivo.

Lunedì, 22 Maggio

Visita alla galleria Liechtenstein: alcuni bei quadri ma in generale secondari. Biblioteca Imperiale, Galleria del Belvedere. In serata a Schönbrunn. Dalla Gloriette bel panorama della città, ecc. Pasticcerie lussuose e affollate da ufficiali e da alcuni viennesi eleganti. Molto bello.

Martedì, 23 Maggio

Visita all’Ambras armour8, una bizzarra visiera a forma di becco d’aquila, enorme armatura e trofei turchi. Belvedere. Tiziano, Rubens, molto belli. Al piano superiore magnifici Durer. Nel pomeriggio compere. Ai giardini pubblici concerto all’aperto di Strauss. Opera oltre le 22, canta la Signora Artot9. Molto bello.

Mercoledì, 24 Maggio

Da Vienna a Graz. Si fiancheggiano le colline fino a Mödling, poi cominciano le montagne. Il treno inizia ad arrampicarsi con curve sui pendii, si infila tra rocce e aggira burroni finché raggiunge la stazione più elevata. Ragazze e fiori. Discesa dolce verso la Stiria tra valli boscose. Case con tetti enormi e giganteschi fienili.

Un parco simile a una scenografia a grande scala, colline boscose alte più di 4000 piedi. Arrivo a Graz, città ordinata con una pittoresca piazza del mercato. Salita sulla collina rivestita di viti e di acacie. Alla sua sommità il Castello-rivale di Salisburgo, che culmina con alcune torri pittoresche. Attraverso un sentiero a tornanti, che offre magnifiche vedute, si giunge in luoghi solitari, adatti ad una giovane coppia in luna di miele. Dalla terrazza più alta si osserva un panorama superbo della città sottostante, che giace su una piccola pianura circondata su ogni lato dalle colline e attraversata dalle lucenti acque del fiume Mur. In distanza si distendono le ultime catene alpine dalle forme ardite e di una bellezza ancora varia. Le località venivano indicate da una sentinella veterana che puntava la sua spada come una bacchetta. Trovato in albergo dello champagne prodotto sul posto, un vino dolce; una calda notte seguita a una magnifica giornata.

Mercoledì, 25 Maggio

Alla stazione di primo mattino. Attraverso una regione collinosa fino ad Cilli dove ci fermiamo per il pranzo. Poi lungo le rive della Sava attraverso una stretta gola molto pittoresca, dalla quale il treno esce sulla pianura di Lubiana, dominata a destra dall’Oistriza Spitze, una massiccia montagna con la sommità nevosa. Attraversato un viadotto molto alto. Lunga discesa tra foreste di abeti, paesaggio selvaggio. Alle 4.30 del pomeriggio raggiunta Adelsberg10, piccolo villaggio sul pendio di un poco elevato gruppo di alture in un paesaggio montano desolato. Percorso un miglio e mezzo fino all’entrata della grotta. Un lungo passaggio conduce al primo salone, da cui una successione di ambienti collegati da un labirintico corridoio porta nel cuore della montagna. La attraversammo per sei miglia nell’oscurità, ma non esplorammo l’intera caverna. Le stalattiti erano meravigliose: colonne, altari, pulpiti e ogni altra cosa che si volesse immaginare la si poteva scoprire con un piccolo sforzo di fantasia. L’uso del magnesio si era dimostrato di gran successo, una piccola quantità di magnesio illuminava tutte le candele di un “grosse Beleuchtung”11. Nelle acque delle grotte abita un pesce senza occhi, il Proteus anguinus , i cui esemplari sono venduti in bottiglia. Emergendo dall’oscurità ci imbattemmo in un magnifico spettacolo: un temporale era lì lì per finire, il cielo avvampava della luce del tramonto ed era attraversato da uno stupendo doppio arcobaleno. Dovemmo correre per prendere l’espresso che ci portò a Trieste alle nove di sera. Cena in albergo e imbarco a mezzanotte.

Venerdì, 26 Maggio

Mattinata splendida. Da togliere il fiato l’entrata a Venezia con le Dolomiti sullo sfondo. Opinioni sui neri di una signora americana a bordo del battello12 e su una bella ballata popolare: “Si arricciava i capelli in modo così stretto da non poter chiudere gli occhi” della quale lei diceva “le parole sono semplici, ma insolite e carine”. Attracco presso la Piazzetta alle 8 e alloggio al Danieli. Visita a San Marco, alle Belle Arti, alle chiese dei Gesuiti, del Redentore e di San Giorgio Maggiore.

Sabato, 27 Maggio

Magnifica. Tuckett non sta bene. Difficoltà dal farmacista. Un medico italiano compie il miracolo. Visita alle vetrerie di Murano (le Dolomiti meravigliosamente limpide all’orizzonte nord), a San Giovanni e Paolo, al Palazzo Ducale, a San Zaccaria, alla Chiesa Greca e gelati al Florian.

Domenica, 28 Maggio

Andati alla Chiesa Inglese, passeggiato in Piazza San Marco. Osservato la distribuzione del cibo ai piccioni, disponendosi i volatili su due file. Visita a Santa Maria dei Frari e andati alla stazione per incontrare le guide, Peter Michel di Grindelwald e François Devouassoud di Chamonix. Il direttore d’albergo, sorpreso, chiede a Devouassoud se parla francese, “oui monsieur, quelque fois”e lo fa sentire come a casa. Chiusi i bauli, preparati gli zaini e pronti a partire verso le montagne. In Piazza la banda austriaca.

Dieci giorni nelle montagne venete

Lunedì, 29 Maggio

Per quanto piacevole fosse stato il nostro soggiorno a Venezia, cominciammo a sentire che per noi era tempo di affrontare la montagna e il suo mondo, se volevamo iniziare la nostra traversata in una forma fisica adeguata. Giorno dopo giorno le catene frastagliate delle Dolomiti mostravano le loro balze innevate al di sopra della laguna, quasi volessero attirarci ad esplorare i loro angoli nascosti. Ora che il momento era arrivato eravamo tutti desiderosi di accettare la sfida che ci lanciavano. Il nostro obiettivo per il primo giorno era di arrivare almeno a Belluno. In effetti dovevamo partire da Venezia con il treno delle 10 per Conegliano, da dove avremmo proseguito in carrozza. Dopo una prima colazione di buon’ora ed una visita di congedo a San Marco, radunammo i nostri bagagli nella hall, saldammo il conto e alle 9 circa fummo pronti a partire. Le piccozze e i rotoli di corda offrirono abbondante materia di meraviglia e di congetture al personale di servizio dell’albergo, che assisteva a bocca aperta e occhi sbarrati, guardandoli con malcelato stupore. Alla fine tutti i bagagli vennero caricati a bordo di una gondola, ma non prima che diventassimo l’incolpevole motivo della perdita di flemma di un “pater -familiae” inglese. Pover’uomo! Il domestico gli aveva detto che la sua gondola era all’ingresso, ma quando scese trovò la nostra piena di bagagli, mentre per lui ci fu un ritardo di 5 minuti. Da ciò il suo scoppio di rabbia e il rifiuto a capirne le ragioni, perché un tal potente personaggio non lo si doveva far aspettare. Lasciato quest’ultimo nostro compatriota, ancora per un bel po’ non riuscimmo a spiegarci come mai a Venezia due gondole non potessero attraccare all’ingresso contemporaneamente come facilmente lo possono due carrozze a Londra. A veloci colpi di remo arrivammo alla stazione. Qui avemmo una lunga trattativa per la necessaria ispezione doganale prima di poter spedire il bagaglio a Trafoi, perché Venezia è porto franco e tutte le merci vengono sottoposte a ispezione prima di avere il benestare per la terraferma. Dapprima ci fu detto che con il baule dovevamo lasciare le sue chiavi, ma con un po’ di insistenza e una visita al capo della dogana avemmo subito l’ispezione e ci fu promesso che il baule sarebbe stato spedito immediatamente. Il treno ci allontanò velocemente dai palazzi sorgenti dalle acque, attraverso il lungo ponte sulla laguna fino alle rive paludose della terraferma pullulanti di fortini e terrapieni. Girando verso nord sulla linea di Trieste, attraversammo una pianura fertile solcata da canali coperti da ninfee per due ore e mezzo, finché si arrivò alla stazione di Conegliano dove scendemmo. La cittadina si estendeva su un pendio della collina, il primo rilievo delle montagne retrostanti e dalla ferrovia mostrava un aspetto molto pittoresco. Fuori dalla stazione trovammo una carrozza in attesa di viaggiatori. Il suo cocchiere saputo il nostro percorso, si mostrò desideroso di portarci fino a Belluno. Ma la carrozza era così massiccia e con l’interno così angusto che con qualche pretesto declinammo la proposta. Ci fu poi suggerita una sostituzione più agile e la trattativa si concluse. Mentre la nuova carrozza veniva approntata, facemmo colazione nella locanda, un alberghetto di provincia alquanto rustico, dove probabilmente nessun inglese era mai stato vista prima. Alle 2 e 30 del pomeriggio lasciammo Conegliano e ci inoltrammo per alcune miglia su una strada polverosa e monotona. Mentre ci si avvicinava a Serravalle le colline si elevavano davanti a noi come a sbarrarci la via. La stessa cittadina era situata in modo molto suggestivo in uno stretto passaggio dove anticamente una muraglia tuttora esistente, ma ormai in rovina, sbarrava l’accesso alle montagne. Il dominio di Venezia si manifestava pienamente nelle architetture simili a quelle dei palazzi del Canal Grande e con il leone di San Marco, segno del suo potere, in ogni piccola piazza ed è la decorazione preferita sopra le porte d’ingresso delle città e sui balconi. Giunti infine al termine della lunga strada isolata e passati sotto la collina fortificata che si sporge fino a chiudere il passaggio, ci trovammo a salire una piccola valle che penetrava nel cuore delle Prealpi, una linea di rilievi orografici minori situata a ridosso delle più elevate Alpi. La regione era ricca di boschi e circondata da alture di pari altezza; superava di gran lunga in bellezza le montagne della Scozia. Dopo aver risalito un ripido pendio, la strada costeggia un laghetto, il primo di una serie che occupa una sequela di bacini separati da considerevoli dislivelli, coi quali la valle si innalza notevolmente. Dopo aver aggirato il fianco della collina ad una altezza rilevante sopra l’ultimo di questi laghetti, che accrescono di molto la bellezza del paesaggio, si raggiunge il crinale che forma lo spartiacque con il Piave, e l’occhio cade su una vasta conca in parte occupata da un luccicante specchio d’acqua, il Lago di Santa Croce, il cui deflusso si getta nel Piave. Lo sfondo del panorama di grande estensione è formato da montagne di carattere prettamente dolomitico. Dopo un quarto d’ora di discesa raggiungemmo il villaggio di Santa Croce dove i nostri cavalli furono rifocillati, mentre Fox ed io proseguimmo per due miglia sulla riva del lago che è di considerevole ampiezza. La sua estremità è molto paludosa e ciò nonostante vi sono numerose casupole ove si conduce un’esistenza insalubre. Traversammo in seguito un territorio ondulato, riccamente coltivato dove spesse siepi, simili a quelle inglesi, fiancheggiavano la strada. Sotto una di queste ci riparammo da un acquazzone in attesa della carrozza che subito ci raccolse. Il bacino del Piave si apriva ora di fronte a noi, una valle profondamente infossata che si inoltrava lontano tra montagne dall’aspetto spoglio e arido e, all’ombra della sera, abbastanza cupe da essere adatte ad una illustrazione dantesca, come quelle che Gustave Doré ama disegnare.

Lungo questa valle austera si snoda la strada di Ampezzo, verso Cortina e la Val Pusteria. Subito dopo aver attraversato il fiume per un alto ponte a Capo di Ponte, lasciammo la strada principale e seguimmo in discesa il corso del Piave a circa sei miglia da Belluno. Un lungo viale di pioppi perfettamente rettilineo costituiva l’accesso alla città, che raggiungemmo proprio mentre l’oscurità subentrava al crepuscolo e le stelle cominciavano a spuntare negli squarci tra le nuvole temporalesche. Eravamo diretti a un albergo senza pretese ma molto pulito con alcunché da obiettare, dove la finestra della mia camera dava su un esempio di giardinaggio ornamentale, simile a quelli di un parco suburbano. Venimmo a sapere che per Agordo c’erano tre ore e mezza di strada e ordinammo una carrozza per le quattro del mattino, sperando che con una partenza mattiniera si realizzasse il nostro intento di raggiungere Primiero per un qualche passo da individuare alla testata della Valle di San Lucano.

Martedì, 30 Maggio

Un luminoso mattino ci diede il benvenuto e aggiunse allegria alla nostra prima partenza molto mattiniera. Prima del sorgere del sole la carrozza era alla porta e, sistemato il nostro scarso bagaglio sul tetto, ci inoltrammo per le strette vie che presto lasciammo dietro di noi per passare su larghi viali. Belluno è una città estesa, con una cattedrale, un vescovo e alcuni palazzi pretenziosi sul tipo di quelli veneziani. E’ ben adagiata su un’altura sopra il fiume, nel centro della larga valle del Piave. Nel complesso mi colpì come la di gran lunga meglio vivibile città italiana prealpina e sarebbe una eccellente base per escursioni nelle Dolomiti meridionali. La strada attraversava una campagna che alternava frutteti e prati tra i quali erano sparse belle case coloniche. Il paesaggio circostante era di una brillante freschezza, splendente al sole del mattino e i pendii di un verde vivace, gli alti alberi frondosi e le cime slanciate sullo sfondo mi ricordavano molto i paesaggi che gli antichi maestri così spesso raffiguravano nei quadri di Madonne. Dopo circa un’ora di viaggio raggiungemmo le rive del Cordevole che erompe da una stretta apertura nella catena settentrionale; sull’opposta riva notammo enormi tumuli, forse antiche morene. La strada seguiva la riva del fiume e di lì a poco varcava il portale d’ingresso alle montagne, la lunga gola che forma la parte inferiore della Valle di Agordo. Il fiume scorreva tumultuoso e spumeggiante in un letto roccioso, alti dirupi si susseguivano su entrambi i lati e ad ogni curva della gola si affacciavano aguzze cime dall’aspetto selvaggio. Dalla catena orientale il sole del mattino inondava di luce dorata e vibrava i suoi dardi luminosi negli ombrosi recessi della gola, conferendo bellezza ad uno scenario che durante una tempesta sarebbe stato sì grandioso ma tetro. I torrenti che fuoriuscivano dai dirupi alla nostra destra si erano scavati sorprendenti brecce; ne passammo parecchie di queste spaccature, più simili alle aperture di un tetro canale di scolo che allo sbocco di tranquilli ruscelli. In seguito la strada attraversava il fiume con un ponte provvisorio, proprio oltre il quale degli operai stavano costruendone uno più solido. Qui la gola giunge al suo punto più stretto, e lisce pareti di roccia si alzano parecchie centinaia di piedi sulle opposte rive del fiume, dalle quali sgorgano numerose ricche sorgenti. Dopo aver attraversato altri due ponti in angoli molto pittoreschi e viaggiato per due ore dentro questa magnifica gola, che quanto a fascino ha poche rivali nelle Alpi, le montagne sembrarono arretrare per fare spazio alle miniere di rame di Fucine, un agglomerato di costruzioni assai poco romantiche, dai cui camini uscivano colonne di fumo nero. Fu curioso notare il cambiamento del colore del fiume a monte della fabbrica: dapprima l’acqua aveva un colore rosso scuro, poi era dell’azzurro trasparente che un torrente di montagna dovrebbe avere, ma che troppo raramente ha, anche nelle Alpi svizzere. La strada supera una breve ripida salita e riattraversa il fiume sulla riva sinistra nei pressi di un piccolo villaggio e quindi entra in una larga e aperta valle che accoglie la cittadina di Agordo, capoluogo del distretto. E’ magnificamente situata nel mezzo di praterie in declivio oltre le quali si alzano i ripidi contrafforti meridionali del Monte Civetta e le ancor più imponenti balze delle Pale di San Lucano. Qui il fatto di essere lontani dal classico ambiente evocante lo spirito romantico, ci veniva di nuovo richiamato dallo stile degli edifici che erano per la maggior parte intonacati, i migliori dei quali ornati con dipinti vivaci e con balconi dai parapetti in elaborato ferro battuto. La locanda che è rustica, ma tenuta da gente molto civile, si trova presso il vasto prato della cittadina e la vista dalle sue finestre di facciata è riprodotta nel libro di Gilbert e Churchill13. Aspettammo per un po’ di tempo in una stanza del primo piano mentre veniva preparato un pranzo e distraendo del tutto la concentrazione di un bambino al quale un fratello maggiore faceva imparare le tabelline della moltiplicazione e che mai avrebbe immaginato un così straordinario evento, quale l’arrivo di quattro “inglesi14, come valida scusa per rimandare lo studio dei misteri del 7 volte 8. Non riuscimmo trovare nessuno che avesse notizie di un passo per Primiero dalla testata della Valle di San Lucano; il padrone promise comunque di mandare avanti i nostri bagagli con i muli fino a Caprile e far sapere a Madame Pezzè che doveva aspettarsi l’arrivo di quattro15 viaggiatori affamati per la metà settimana. Alle nove circa tutti i nostri preparativi erano terminati e ci incamminammo a piedi. La processione “armata” causò un non piccolo sconcerto nelle supposizioni della gente del posto che, come ci raccontarono più tardi le guide, era giunta alla conclusione che i nostri attrezzi, così strani a vedersi, servissero a frantumare le rocce in cerca di oro e che eravamo un gruppo di minatori che vagavano sulle montagne in cerca luoghi favorevoli all’apertura di una miniera. Per mezz’ora rimontammo la valle principale fino al villaggio di Taibon, qui attraversammo il fiume e seguimmo il sentiero che portava in una valle laterale, la Valle di San Lucano che confluisce in quella principale ad angolo retto. Il fondovalle era ben pianeggiante e punteggiato di abeti, ed era bagnato da uno di quei corsi d’acqua spumeggianti che non si accontentano di stare tranquilli al proprio posto, e si cercano una fama col fare danni all’ambiente circostante, il che è una poco piacevole caratteristica del paesaggio dolomitico. Più avanzavamo più cresceva la bellezza del paesaggio che ci circondava. Sulla nostra destra si alzavano le pareti delle Pale di San Lucano, stupende rocce culminanti in tre torri imponenti. In molte parti delle sue pareti i precipizi sono perpendicolari (in modo assoluto, e non in quel modo vago in cui questa parola è spesso usata dai francesi e da altri) e lisci come fossero muri appena costruiti. A sud il Monte Agner presenta un aspetto più articolato e verticalità leggermente meno accentuate; la sua parete tormentata è solcata da numerose spaccature riempite in questa precoce stagione da strati di neve, resti di valanghe primaverili. Per un po’ la valle si inoltra a ovest, ma alle baite di Col16, a circa un’ora e mezza da Agordo, si dirama: una breve e ripida porta alla Forcella Cesurette, un passo erboso a circa 6000 piedi che conduce a Garés; l’altra valle, quasi una profonda trincea, è la continuazione di quella principale, sotto una nuova denominazione, La Valle d’Angheraz che si inoltra profondamente nel gruppo del Sasso di Campo17 e termina in un cul-de-sac paurosamente selvaggio. Avevamo già notato un sentiero sul fianco occidentale della Valle d’Angheraz che si alzava verso le nevi della ripida cresta la cui sommità era ora a 6000 piedi sopra di noi: dovevamo trovare una via. Un pastore che incontrammo proprio alla biforcazione della valle ci assicurò che prendendo quella traccia di sentiero avremmo potuto attraversare le montagne, un passaggio, disse, occasionalmente usato dai pastori ma, aggiunse, con la neve ed estremamente ”cativo (sic)”. Il carattere del tutto selvaggio dei dirupi alla testata della Valle d’Angheraz (in ogni caso quasi certamente non ancora affrontati da alpinisti) ci convinse a seguire questa indicazione, così subito ci rivolgemmo al pendio e iniziammo la nostra fatica. Il sole era già alto nel cielo e il caldo che era stato molto forte nel piano, ora era diventato quasi insopportabile a causa del maggiore impegno. Inoltre le abbuffate al Florian e gli ozi veneziani non erano stati propriamente il migliore allenamento per i duri impegni che ci aspettavano; in più Tuckett non poteva sentirsi al meglio dopo la recente indisposizione. Lentamente, molto lentamente salivamo cercando ogni scusa per una sosta col risultato di penosi avanzamenti se confrontati con le altezze delle cime opposte a noi. Dapprima zigzagammo tra i cespugli che seguivano alla pineta quindi tra i rododendri dove le tracce di sentiero finivano. Parecchie ore erano già trascorse prima che raggiungessimo il limite della vegetazione e ci sedemmo sulle rocce a riflettere sulla direzione di marcia da tenere su per i pendii nevosi che ancora ci separavano dalla agognata cresta. La nostra veduta era ora molto bella e iniziava ad estendersi oltre le catene vicine, ma la parte di gran lunga più maestosa era costituita dai selvaggi dirupi del Sasso di Campo, che qua e là nei loro irregolari recessi accoglieva piccoli ghiacciai, in contrasto dominavamo a nord un vasto ed elevato pianoro pascolivo, posto oltre le Pale di San Lucano e i pendii della Cima di Pape. Le nostre riflessioni furono presto rivolte alla direzione da prendere e fummo d’accordo di dirigerci verso il valico più a Sud della catena che ci fronteggiava. Una volta sulla neve tutta la fatica svanì grazie alla deliziosa brezza; l’andatura migliorò decisamente e in breve la nostra avanguardia raggiunse ciò che appariva un colle e lì presto ci riunimmo. Fummo davvero disgustati nel constatare che l’altro versante era di vasti nevai chiusi a grande distanza da una cresta rocciosa. Dopo aver studiato la carta militare, concludemmo che la cosa migliore era tornare sui nostri passi e tentare per un più alto intaglio sulla cresta alla nostra destra che avevamo osservato dal basso. Ciò si rivelò un abbaglio perché se avessimo continuato ci saremmo trovati, senza necessità di ulteriori salite, sul margine della Val di Canali vicino al punto che poi raggiungemmo dopo un lungo giro vizioso. Il modo vago con cui tutta questa regione è rappresentata sulla carta militare del Veneto ci indusse nell’errore e ci portò a supporre che dovessimo soltanto tornare verso la testata della Valle d’Angheraz. Una continua salita ci portò ad una successiva depressione della cresta; raggiungendola ci trovammo davanti, con nostra costernazione, ad ulteriori pendii che sembrava portassero allo spartiacque. Comunque presto li superammo, ma solo per poi trovarci su un vasto altipiano nevoso inframmezzato da rocce e variato da insoliti avvallamenti simili alle “Devil’s punchbowls18, dalla forma alquanto strana. L’intera regione aveva un aspetto piuttosto arcano, una vera e propria landa desolata adatta a luogo di convegno degli spiriti del Manfred19, circondata a sud da un profilo di cime nevose e a ovest da una fantastica catena di alte e ardite cime appartenenti al gruppo delle Pale di San Martino. L’estensione del panorama era in se stessa una prova dell’altezza che avevamo raggiunto e nulla ci impediva la vista sui precipizi meridionali della Marmolada. Più a est oltre la vetta della Cima di Pape feci la mia prima conoscenza con la Civetta, le Marmarole e le vette oltre le catene delle Dolomiti orientali. Parte dei nevosi Tauri erano visibili all’estremo nord e l’evanescente profilo del Grossvenediger era chiaramente distinguibile a grande distanza. Da questa descrizione si può ben giudicare che il panorama era dei più grandiosi, ma la nostra situazione lo era assai poco. Eravamo partiti tardi da Agordo, il tempo era volato, il sole stava tramontando velocemente e noi non avevamo ancora individuato un passo che al momento non ci sembrava facile da trovare subito. La migliore linea da seguire era agire nella speranza di un ribaltamento della nostra situazione e dopo aver arrancato decisamente a sud su una ripida spalla ci trovammo al piede orientale di una cima (Cima di Canali?)20, culminante in un cono nevoso 300 piedi sopra di noi. Un ometto ne coronava la vetta, ma non avevamo tempo da perdere per investigare poiché una conca ci apparve più in basso a sud e, aggirando la spalla, per un po’ scendemmo un facile canalino per metà nevoso così raggiungemmo il suo fondo e la traversammo a sudest su terreno ondulato. Quanto prima l’ulteriore margine della conca era raggiunto e finalmente ci trovammo sul bordo di ripide rocce che scendono in una valle meridionale, la tanto cercata Valle Canali. Non potevamo permetterci di indugiare (erano le 19 e 30) e dopo una sosta molto breve iniziammo la discesa; una successione di canali nevosi ce la rese più facile, permettendoci una discesa di veloci scivolate, con brevi interruzioni, per circa 2000 piedi. Quando raggiungemmo il fondo della testata della valle era ormai buio, ma una giovane luna diffondeva un chiarore romantico sugli smisurati pinnacoli del Sasso di Campo e del Sasso d’Ortiga e conferiva loro quasi una imponenza maestosa. Eravamo alla testata di uno dei più selvaggi luoghi isolati delle Alpi, sorpresi in pieno dalla notte e con la luna che, illuminando le cime, conferiva al paesaggio una grandiosità indimenticabile, disdegnando l’umile ufficio di servire da lanterna al nostro cammino e lasciando le profondità della valle nella sua oscurità. Procedendo in una continua discesa, ci tenevamo vicini nel timore di perderci. Quanto prima finimmo in una zona di mughi dai fitti aghi pungenti e dopo essere scesi per un tratto dovemmo risalire perché ci trovammo sull’orlo di un precipizio. Chiunque abbia conosciuto la differenza tra lo scendere e il salire questi ammassi di rami avrà modo di solidarizzare per ciò che provammo in una tale situazione. Si individuò comunque un canalino dove i mughi ci furono molto d’aiuto, così per questa volta non ne parlerò male. Finimmo nel letto di un torrente, asciutto perché l’acqua preferiva un percorso sotterraneo e per più di mezz’ora incespicammo tra i massi, un lamento rivelava ogni tanto un’avvenuta scorticatura. Poi ci illudemmo di aver trovato un sentiero e ci inoltrammo in un fitto bosco sul lato sinistro della valle; ma ben presto il sentiero, se tale era, lo perdemmo di vista ed andammo ad avventurarci in una oscurità tra i pini sempre più fitta. In breve passammo un’aperta radura e cinque minuti dopo ci portavamo a un punto morto. Un profondo salto incideva la valle e le rocce ci sbarravano il percorso, il fiume ci mandava i suoi mormorii da una profonda gola ai nostri piedi, troppo lontano da raggiungere. Ci fermammo e poi cercammo in varie direzioni una traccia di sentiero. Improvvisamente sentimmo un grido di Backhouse, subito ne chiedemmo la ragione “ho trovato un paesano qui, ma non riesco a comprenderlo” fu la risposta. Ci precipitammo in suo aiuto e scoprimmo che il paesano altri non era che Michel, la nostra guida svizzera che Backhouse aveva incrociato nell’oscurità scambiandolo per uno del posto ed interrogandolo nel suo italiano migliore. Il disappunto che ci fu per l’assurdità della beffa ci indusse a rassegnarci e a considerare inutile un ulteriore girovagare, e che sarebbe stato meglio accamparci fino al sorgere del giorno. Immediatamente tornammo alla radura sul cui bordo trovammo un luogo molto adatto per bivaccare, un avvallamento riparato da una grande roccia. In breve fu acceso un fuoco, quindi ci mettemmo al lavoro per tagliare rami d’abete come giacigli per stare un po’ comodi. L’unico inconveniente era che non si trovava acqua nelle vicinanze; non si beveva da alcune ore, ed eravamo tutti molto assetati così, misero sollievo, due arance furono divise in otto parti. Nel frattempo Devouassoud era sparito portandosi la “cow21, così era volgarmente chiamata la borsa di caucciù che usavamo per contenere la nostra riserva di vino. Dopo una lunga assenza ritornò: aveva percorso più di un miglio alla ricerca del prezioso liquido e il suo arrivo fu salutato con un grido di entusiasmo e quella notte nessuno tra i più fanatici bevitori di tè fu più contento di noi con la propria tazza fumante nelle mani. Tolti gli scarponi e rivolti i piedi verso le fiamme, presto ci dedicammo ad osservare le stelle che brillavano tra i rami dei pini e in breve ci addormentammo.

Mercoledì, 31 Maggio

Mi svegliai coi piedi freddi, il fuoco spento e un vago accenno di alba che andava diffondendosi nel cielo. Erano circa le 2, troppo presto per partire così riattizzammo il fuoco e finimmo ciò che rimaneva delle nostre provviste. Sonnecchiammo poi fino al completo chiarore del cielo, quindi spegnemmo il fuoco e demmo l’addio alla valletta ospitale. Rimontando direttamente il pendio ritrovammo in dieci minuti il sentiero che ci era sfuggito nell’oscurità, che evitava le rocce contornando il fianco orientale, permettendoci di calare velocemente al fondo valle. In mezzora, dopo aver attraversato un torrente, raggiungemmo la prima “malga” posta su un prato verdeggiante. Il vecchio che l’abitava portò del latte e ci raccontò tutto ciò che sapeva delle montagne circostanti. Aveva sentito di cacciatori che avevano traversato nella Valle di San Lucano, ma fu sorpreso del nostro passaggio così precoce nella stagione. Un bel sentiero ci condusse su pascoli passando numerose baite all’entrata della Val Pradidali22 una valletta che si alza verso la base delle Pale di San Martino e attorniata da cime ardite. Qui la strada ritorna sulla riva sinistra del torrente e attraversa un terreno ondulato simile a un parco, passando il castello di caccia del Conte Welsperg, una semplice costruzione molto simile ai casini di caccia delle Highland. In breve il sentiero che scendeva dal Passo di Cereda si congiungeva al nostro sulla sinistra e lì fummo in vista del Castel Pietra, la più singolare tra le fortezze alpine, appollaiato come un nido abbandonato sulla sua rupe isolata. Sullo sfondo l’alta piramide del Cimerlo23 si stagliava nel cielo, un ammasso di rocce scheggiate con una possente torre rocciosa che interrompe la linea della cresta alla sua destra. Ora per la prima volta si vede Primiero, giù ai piedi della montagna e distante circa tre miglia. Un ripido sentiero lastricato scende a zigzag sotto la roccia del castello a livello del torrente. Poco dopo incontriamo Tonadico, un grosso villaggio caratteristico principalmente per la frequenza che si nota sulle sue case del motto “Christus nobiscum stat”. Mezzo miglio oltre, sull’opposta riva del Cismon, che scende da San Martino di Castrozza, c’è Primiero.

Sulla prima casa vedemmo la scritta “Circolo di Trento”, la prova che avevamo lasciato Venezia per il Tirolo italiano. La città, che vanta qualche pretesa di antichità e che viene citata negli annali storici di queste parti, consiste di una lunga strada costituita da pochi edifici in buono stato, mentre la maggior parte appare trascurata. Senza averne l’intenzione ci facemmo l’intera lunghezza della strada alla ricerca della locanda giusta raccomandata da Mr. Gilbert; nessuna meraviglia che l’arrivo di sei sospettabili stranieri causasse un non piccolo trambusto tra i cittadini e da ogni uscio venissero lanciate occhiate perfino più curiose di quelle degli Agordini. Per non parlare delle piccozze, dell’apparizione di Tuckett vestito di strass, con gli strumenti che gli uscivano da tutte le parti, che come al solito erano gli aspetti che provocavano le ipotesi più fantasiose. La gente del Trentino come la maggior parte dei suoi vicini sono desiderosi di scrollarsi di dosso il giogo austriaco e gli insofferenti ci sospettarono di essere ingegneri francesi che rilevavano il territorio per scopi militari, animati della inverosimile speranza che l’imperatore Napoleone III volesse ancora completare il suo “programma di Milano”, per il quale l’esercito francese si sarebbe quanto prima alleato all’Italia per liberare il Veneto. Dopo qualche ricerca trovammo la locanda giusta (Aquila Nera). L’anziana signora che la dirigeva dapprima faticò ad affrontare l’imprevisto, ma riuscimmo a convincerla a prepararci subito caffè e delle uova e a cuocerci per pranzo tutta la carne che aveva. Dopo la colazione (erano appena le 8), salimmo in una camera molto pulita e vi passammo delle ore finché non fummo di nuovo pronti ad una abbuffata, perché avevamo deciso di non spingerci oltre l’ospizio si San Martino di Castrozza, dove ci era stato detto che vi potevamo dormire, sebbene la sistemazione fosse disagevole, poco allettante e usata principalmente dai paesani. Dopo un ottimo pranzo a mezzogiorno, ci preparammo per la nostra per così dire passeggiata pomeridiana, in verità di quasi quattro ore. Le nuvole si erano addensate, risparmiandoci il calore del sole, ma appena percorso mezzo miglio si trasformarono in un pesante temporale che ci costrinse a ripararci sotto gli alberi. Mentre aspettavamo che la pioggia cessasse, ne approfittammo per studiare a fondo i dintorni di Primiero. E’ una delle località tra le più isolate ed è completamente irraggiungibile da mezzi di trasporto a ruota. A sud un’alta catena di monti dolomitici chiude accessi diretti al bellunese, eccetto che attraverso sentieri di cacciatori, che può comunque essere raggiunto attraverso la Valle del Mis o la gola del Cismon. A nord si eleva imponente la cima del Cimerlo con i suoi numerosi pinnacoli e divide la valle col Castel Pietra da quella di San Martino le cui acque delle rispettive valli si uniscono nei pressi della cittadina. I pendii sono fertili e ben coltivati mentre i vasti pascoli aiutano a sostenere il reddito degli abitanti di questo isolato bacino montano. Dopo mezz’ora il temporale si calmò lasciando dietro di sé un cielo sereno e uscimmo dai nostri ripari un po’ bagnati. Al villaggio di Siròr attraversammo il torrente e da quel punto continuammo sulla riva destra. Il sentiero, assai apprezzabile perché privo di pietrisco, lascia presto la riva e inizia a rimontare il pendio occidentale. Mantiene una pendenza quasi uniforme come raramente si incontra nelle Alpi per due ore piene e conduce attraverso bei boschi animati dal mormorio delle sorgenti. Il fiume viene lasciato giù sul fondo di una gola e sull’opposto versante una superba catena dolomitica si distende verso nord e gradualmente si manifesta a iniziare dalle Pale di San Martino. Ci fermammo per informarci sulla strada ad un alpeggio tra i prati in fiore, poco dopo attraversammo un corso d’acqua che scendeva da una valle situata alle spalle del Monte Arzon. Portandoci sulla destra quindici minuti dopo attraversammo il torrente principale sopra il suo immergersi nelle profondità della valle. Un centinaio di yarde dalla riva, sullo sfondo di pinete e rocce sorgono la cappella e l’ospizio di San Martino di Castrozza, un utile luogo di sosta per i valligiani nel loro cammino verso la Val di Fiemme, per la quale è una strada frequentata. Entrammo nell’edificio principale dove nella sala di ristoro trovammo una numerosa compagnia che giocava alla “morra”; tutti comunque si mostrarono molto educati e disposti ad essere amichevoli con gli stranieri. Per un certo tempo preferimmo sedere attorno al fuoco in cucina, uno stretto ambiente con un lato a semicerchio, attorno al quale correva un sedile di pietra, con il fuoco nel centro e (se ben ricordo) senza camino. Dopo che fu pronta la cena in comune a base di polenta, ci fu dato del vino speziato. Terminata la nostra bevuta Tuckett ebbe una lunga chiacchierata con due doganieri austriaci di guardia quassù con il principale scopo di uno spionaggio su di tutto, solo grazie al quale viene mantenuta la calma in questa infelice regione. Erano persone civili e con un po’ di buone maniere e aver mostrato loro un filo di magnesio conquistammo completamente la loro fiducia, acquietando i loro primi sospetti. Comunque, prima di andare a letto, uno di loro prese da parte Tuckett chiedendogli di fargli vedere il passaporto perché la nostra presenza a Primiero aveva suscitato così tanta attenzione che lui voleva assicurarsi che noi fossimo passati per quell’itinerario e se richiesto potesse essere in grado di fare una relazione sul nostro paese e sui motivi del viaggio. Alla domanda di mostrarci la camera da letto, fummo condotti nell’edificio adiacente che per metà è fatto di scale e pianerottoli. Dividemmo una piccola stanza e due letti tra noi quattro.

Giovedì, 1 Giugno

Il nostro obiettivo per oggi era riattraversare le montagne per un passo indicato sulla carta militare che prometteva di condurci direttamente a Gares, da dove avremmo facilmente raggiunto Cencenighe che è due ore a monte di Agordo e nella medesima valle. Poiché volevamo arrivare a Caprile, partimmo abbastanza presto, ovvero alle 5 circa. Uno del posto, diretto in val di Fassa, si offrì di condurci sul sentiero corretto, ma presto ci accorgemmo che ci stava portando troppo lontano a nord e con una ulteriore indagine si scoprì che ci stava indirizzando ad un differente e più lontano passo. La sera precedente avevamo osservato la via per raggiungere le rocce che si elevano ripide a est di San Martino e verso quella direzione volgemmo quindi i nostri passi. Una lunga ripida tirata nel bosco di abeti ci portò alla base delle rocce che all’inizio erano del tutto prive di difficoltà. Incontrammo a circa metà della salita l’unico tratto ripido che fu facilmente aggirato rimontando un canale nevoso e seguendo il giro di una cengia, resa alquanto scivolosa dallo stillicidio. Sebbene difficilmente lo si possa definire un “mauvais pas”, questo tratto potrebbe essere sgradevole per una persona timorosa. Dove la cengia si allargava a terrazza ci fermammo una mezz’ora per colazione. Il resto del percorso fino al colle era del tutto facile su per pendii molto moderati di comode rocce. In tre ore da San Martino guadagnammo lo spartiacque vicino alla base della Cima della Rosetta.24 Il panorama a ovest era molto ampio e magnifico su un primo piano di montagne coperte interamente da pascoli, oltre le quali brillavano in lontananza le nevi dell’Ortles e dei gruppi dell’Oetzthal. Le torri del Brenta erano molto notevoli e la ben distinta cima nevosa della Presanella reclamava una indagine alla sua destra25, mentre a est la veduta era più limitata. Ci trovavamo ora al lato opposto del vasta e solitaria distesa nevosa che avevamo percorso due giorni prima e le cime rocciose che la dominano impedivano il panorama lontano. Queste erano tutte facilmente raggiungibili, eppure si trattava delle medesime cime e guglie che guardandole dal basso le avevo giudicate senza speranza. Il fatto è che i monti dolomitici sono i più grandi bugiardi immaginabili e nessuno che abbia solo passeggiato ai loro piedi si può formare una corretta idea della loro particolare conformazione. Le grandi torri e guglie che viste dal basso sembrano dei Cervini adolescenti non ancora del tutto sviluppati, ad una più ravvicinata conoscenza si rivelano essere semplicemente pilastri che sostengono, sull’opposto versate, vasti altipiani dai quali sono facilmente accessibili. Avremmo potuto fare la nostra scelta su qualsiasi cima delle vicinanze, parecchie delle quali erano coronate da ometti. Naturalmente questa regola non ha un valore universale, ma una montagna dolomitica deve essere accuratamente esplorata prima di essere dichiarata inaccessibile. Dopo una lunga sosta al passo, che proponiamo di chiamare Passo della Rosetta, volgemmo le spalle al panorama occidentale ed iniziammo la discesa. Sotto di noi si trovava una profonda gola, evidentemente del corso d’acqua segnato sulla mappa ed era la nostra strada. Per scendere alla sua estrema testata avremmo dovuto compiere un aggiramento a destra, ma trovammo un modo facile calandoci per le rocce che formano la sua sponda nord. Molto presto ci trovammo al termine della gola che comunicava con una successiva attraverso un ripido e stretto canalino. Il nostro percorso ora si svolgeva attraverso una serie di avvallamenti uniti da canali spesso colmi di neve che permetteva frequenti scivolate. Il paesaggio roccioso che ci attorniava era della più splendida grandiosità, dirupi strapiombanti ci sovrastavano a destra e sulla sinistra i pilastri del Cimon della Pala e della Cima Vezzana culminavano in stupendi pinnacoli. Eravamo da circa due ore immersi in questo strano e isolato ambiente alpino. Ai nostri piedi giaceva una profonda depressione, posta sotto i contrafforti orientali del Cimon della Pala. Al termine di un ulteriore bacino, il suo corso d’acqua entrava in una gola tanto stretta che trovammo difficoltoso percorrere, temendo anzi di rimanere intrappolati, quando pezzi di legno piazzati contro le rocce a formare una rozza scala, ci provarono che un passaggio esisteva. Di lì a poco vedemmo l’apertura della gola. Le opposte e scure pareti rocciose lasciarono il posto al quadro di squisita bellezza dei prati verdi e dell’aspra vetta della Cima di Pape inondati di luce. Dopo aver incontrato una incantevole distesa di gigli di valle, un fiore raro sulle Alpi, scendemmo per ripide rocce alla riva del torrente. Un tronco era stato messo a traverso del torrente proprio nel punto in cui si getta nella valle di Garès, che era ora sotto di noi. Il rozzo passaggio a vederlo non dava alcuna sicurezza, ma era compatibile col peso di ognuno, cosicché lo attraversammo uno alla volta sedendoci a cavalcioni, poiché era tanto stretto che nessuno fuorché una scimmia o Blondin26 poteva camminarci sopra. Sull’altra riva apparve il vero sentiero che ci guidò con un’ampia curva attorno alla parete rocciosa, sopra la quale il torrente si riversava in una cascata, la migliore che avevamo visto nelle Dolomiti che di regola ne sono meno ricche rispetto ad altre zone alpine. Il sentiero attraversava di nuovo il corso d’acqua ribollente di schiuma e quindi ci condusse su pendii disseminati di rododendri fino al fondovalle. Il villaggio di Gares è visibile a breve distanza, appollaiato su un poggio al piede del pendio a sinistra. La sua posizione è delle più pittoresche, in piena vista dei verdi pascoli delle Cesurette e dei dirupi del Coston di Mièl. L’angusto passaggio dal quale eravamo usciti sembrava un po’ come uno di quegli ingressi a un passo che, visti dal basso, di rado di incontrano sulle Alpi. Trovammo un contadino a tagliare il fieno e a lui chiedemmo se ci fosse una locanda. Insistette perché lo seguissimo nella sua baita, dove ci riservò un caloroso trattamento portandoci latte, formaggi e burro su un vassoio di legno, e tirando fuori da ogni angolo impensato sedie e panche. Sapeva del passo che avevamo traversato, ma ne parlò come usato solo da cacciatori di camosci e non sapeva dargli un nome. Un contadino che trovammo a tagliare il fieno e al quale chiedemmo se a Garès ci fosse una locanda, ci indusse a seguirlo nella sua baita, dove ci riservò un caloroso trattamento, portandoci latte, formaggi e burro su un vassoio di legno, e tirando fuori da ogni angolo impensato sedie e panche. Sapeva del passo che avevamo traversato, ma ne parlò come usato solo da cacciatori di camosci e non sapeva dargli un nome. Dopo aver ricompensato il nostro ospite che era restio a ricevere persino un minimo compenso a fronte della sua ospitalità, ci rimettemmo in cammino. Oltre Garès la valle è aperta, meno selvaggia e aspra di altre nelle sue vicinanze. Essa si allunga dapprima a nord est lungo le pendici della Cima di Pape finché, a un’ora da Garès, a sinistra vi si immette la Val di Valles. Le due valli unite corrono poi a est per confluire nella Val d’Agordo. All’angolo tra le due si trova Forno di Canale, un villaggio assai sparso, che usa la sua unica strada per canale di scolo ed aveva una gran bisogno di un intervento igienico. Dovemmo strisciare a ridosso delle pareti saltando da un sasso all’altro per evitare il mare di sudiciume. Proprio oltre le ultime case appare una grandiosa veduta della Civetta, qui dall’aspetto più simile a una torre che al suo solito. Per una gola pittoresca si scende a Cencenighe con la strada che corre lungo il torrente, quasi ostruito dai tronchi che la corrente trascina dalle foreste in quota fino alle segherie. Attraversammo il villaggio e, col prestare troppa attenzione ai cartelli indicatori di direzione dipinti sulle pareti delle case, che in questi paesi svolgono la funzione dei pali indicatori, mi ritrovai in bilico sul bordo di un salto alto 6 piedi. Dopo questa lezione a fare attenzione dove si cammina, anche se si è su una carrareccia, continuammo senza soste a risalire la valle principale. Il paesaggio appariva piuttosto monotono dopo quello che avevamo visto, i pendii erano spogli e nessuna cima di rilievo era in vista. Il percorso è assai malagevole e in molti luoghi è stato quasi interamente asportato dal fiume, ma comunque abbastanza praticabile ai muli. A mezza via con il Lago di Alleghe fummo sorpresi dal solito temporale pomeridiano che ci investì per tutto il percorso fino a Caprile, per diminuire solo ad intervalli per poi riprendere nuova forza. Dal piccolo villaggio di Forchiade si può osservare, allungata per la valle, la massa di detriti della frana che ha formato il lago. Contornato il fianco della collina, in un’ora e 45 minuti da Cencenighe raggiungemmo la casa dei pescatori allo sbocco del lago. Vi entrammo nella speranza di poter attraversare il lago in barca con la graziosa pescatrice che gli autori de “The Dolomite Mountains” hanno lodato in modo così entusiastico. Il nostro arrivo era atteso per il fatto che i nostri bagagli erano transitati da qui e le fanciulle, ve n’erano infatti due, erano del tutto pronte a trasportarci. Nessuna delle due era sensazionale, o forse ci eravamo fatti un’idea troppo ottimistica, di certo la bellezza elogiata nel libro si esprimeva in un gaio sorriso e in una buona dentatura. Comunque, poiché parlavano solo dialetto, le battute in italiano di Tuckett le capiva solo lui. La veduta del lago da sud non è sorprendente e tale rimane finché si arriva di fronte ad Alleghe e la Civetta viene in vista. Allora la magnificenza della montagna irrompe su di te, e pieno di meraviglia guardi su ad una delle più meravigliose pareti verticali in Europa. Non c’è cengia sufficientemente larga da trattenere a lungo la neve in tutta quella serie di lisci e pallidi dirupi alti poco meno di 6000 piedi dalla base alla vetta. La traversata all’approdo superiore del lago durò un’ora e mezza e demmo infine l’adieu alle nostre belle barcaiole, che ripresero la via del ritorno remando a un gran ritmo nella loro vecchia imbarcazione tipo gondola. Il fondovalle a monte del lago è costituito dal detrito portato dal torrente e il percorso corre lungo un argine costruito per contenere in parte le acque. Un’ora e mezzo dopo fummo in vista di Caprile, addossato al versante orientale. Oltre il ponte sul torrente Fiorentina, e affacciato su una sporca e trasandata strada onorata dall’appellativo di “Piazzetta”, c’è uno scuro edificio che si distingue dai vicini per qualche vaso di fiori: è la locanda di Madame Pezzé. Al piano superiore c’è un piccolo salotto luminoso antistante due linde camere da letto. Ci assicurò carne e pesce per pranzo e prontamente serviti, e non senza quegli intermezzi più digeribili come trote o quella specie di cotoletta con carne trita di vitello che spesso si incontra nelle Alpi Orientali. Tuckett chiese subito informazioni sulla Marmolada. Caso volle che Pellegrino Pellegrini, la guida e cacciatore di camosci della regione, fosse nel villaggio, ne approfittammo e lo si mandò a cercare. Subito si mostrò diffidente nei nostri confronti, affermando che era “impossibile” l’ascensione da questo versante e che Herr Grohmann ha compiuto lo scorso anno la sua vittoriosa scalata da Penìa in Val di Fassa, dove avremmo dovuto andare a dormire l’indomani. Per giustificare la sua affermazione addusse i falliti tentativi di Grohmann in sua compagnia e citò un giovane inglese che aveva definito il tratto finale del tutto inscalabile. Noi non vedemmo fino al nostro ritorno, il giorno successivo, la nota scritta da Lord Douglas27 su un foglio staccato del libro dei visitatori, in cui in sostanza si affermava che la cima era facilmente salibile se solo Pellegrini avesse avuto sufficiente fiducia in se stesso da fare il tentativo. Alla fine decidemmo di andare noi stessi a verificare, prendendoci il tempo necessario con una partenza molto mattiniera, e Pellegrini si prestò ad accompagnarci alla sommità della Fedaia e a provvederci per la partenza di una lanterna e di provviste. Avevamo avuto una giornata intensa e ce ne tornammo alla locanda per approfittare il più possibile di una buona dormita.

Venerdì 2 giugno

Alle 2.30, lasciato nel suo letto Backhouse i cui poveri piedi necessitavano un giorno di riposo, sfilavamo per la strada buia. Un ripido sentiero sassoso, dove l’incerta luce della lanterna ci giocava i soliti scherzi, ci condusse su a Rocca, la casa di Pellegrini, all’imbocco della Val Pettorina, una piacevole valle boscosa, luminosa e ridente ma che non offre uno scenario di particolare rilievo. Attraversato il fiume sulla riva destra, dopo un’ora e mezza da Caprile si passa il villaggio di Sottoguda. Più oltre la valle si chiude e il sentiero si addentra nella spaccatura della montagna, la Gola di Sottoguda, dove contende lo spazio alle acque e alla fine chiude la contesa allungandosi con una passerella sopra il fiume. E’ simile alla gola di Pfeffers, appena un poco più ampia, con anche una mulattiera. Oltre la gola si emerge in un bacino pascolivo dove il torrente dal passo Ombretta, a Sud della Marmolada, si unisce a quello dalla Fedaia. Quest’ultimo, al cui fianco si svolge il nostro percorso, scende attraverso abetaie e ricchi pascoli, sopra i quali per una serie di dolci pendii, solo da ultimo ripidi, guadagnammo il Passo Fedaia. La Punta Serauta, una cresta rocciosa che racchiude la parte più orientale del Ghiacciaio della Marmolada, torreggia maestosa su pascoli ridenti. Appena a destra dello spartiacque c’è un grazioso laghetto e Pellegrini ci condusse sui pendii che lo sovrastano per mostrarci la vetta massima della Marmolada, della quale fino a quel momento non conoscevamo l’aspetto. La migliore direzione da prendere ci sembrò quella per la seconda lingua del ghiacciaio (contando da Ovest) e quindi traversare i nevati superiori alla base del picco finale. In tre quarti d’ora rimontammo i pendii meridionali e raggiungemmo il bordo del ghiacciaio dove Pellegrini si fermò principalmente (suppongo) perché non aveva con sè i ramponi, attrezzi senza i quali nessun Tirolese mai penserebbe di camminare su neve o ghiaccio. Non trovammo alcuna difficoltà nel rimontare i ripidi pendii nevosi sotto le rocce a ovest che ci separavano dal successivo ramo del ghiacciaio; dove queste si immergevano nel nevato ci tenemmo più a destra e, lasciando l’itinerario per la Marmolada di Rocca, scendemmo leggermente attraverso bacini crepacciati nella depressione tra la sommità prima citata, che è di altezza inferiore, e la cima più alta. Questa ora si eleva subito di fronte a noi, presentando un precipizio di rocce, neve e ghiaccio che si estende in direzione nord-ovest. Sulla nostra destra la parete era di rocce e neve ed è la meno ripida. Dapprima su per neve, poi con una buona arrampicata per le rocce, raggiungemmo la cresta senza incontrare dei veri e propri ostacoli, quindi semplicemente camminando come si deve su per la larga groppa fino alla sommità. Questa fu raggiunta in 3 ore e mezza dal piede del ghiacciaio. La sommità è una stretta cresta nevosa simile a una sella, quasi come la vetta del Monte Bianco, che già prima i noiosi pendii della parte inferiore della montagna avevano richiamato alla nostra memoria. L’ometto di Herr Grohmann era visibile sulle rocce a circa 100 piedi dalla vetta vera e propria e là ci portammo a esaminare il panorama a nostro piacimento. Non era così bello come avrebbe potuto essere poiché, sebbene la Marmolada si tenne sgombra, le nuvole si erano ammassate fin dal mattino occultandoci una gran parte del lontano orizzonte. La Civetta manteneva intatto il suo grandioso fascino, spalleggiata dal Pelmo. Il villaggio di Gries era visibile nel fondo della Val di Fassa, sopra il quale il profilo ben delineato del gruppo del Rosengarten poteva essere subito riconosciuto. A nord il cielo era limpido e avemmo una superba veduta delle curiose torri del Langkofel e del maestoso Sella con i nevosi Tauri sullo sfondo. Dai nostri piedi il grande precipizio meridionale della Marmolada sprofondava verso gli invisibili abissi della Valle Ombretta. Rimanemmo più di un’ora presso l’ometto e lasciammo le nostre carte da visita prima di ripartire. La discesa delle rocce richiese un poco di attenzione, poi la nostra andatura fu più veloce nonostante la neve rammollita e potemmo fare numerose e vantaggiose scivolate. Impiegammo 2 ore e un quarto per tornare al Passo Fedaia. Quindi lasciammo le guide che procedevano con un loro passo a causa dell’irritazione a un piede di Michel, della quale soffrì per gran parte di quei giorni. Veramente per tutto il resto del viaggio il piede ferito non fu mai che “ziemlisch gut”, ma allora per Michel ogni cosa era “ziemlisch28” dalla montagna alla zuppa e fu solo in occasioni molto rare che si spese in espressioni un po’ più laudative. Noi procedemmo molto rapidamente, fermandoci solo per pochi minuti a Rocca per informare Pellegrini del nostro successo, e fummo di nuovo a Caprile quindici ore dopo averla lasciata. Appena girammo l’angolo dove appare improvvisamente la Civetta, la sorpresa fu realmente sensazionale. Non conosco niente di paragonabile, eccetto la prima visione del Cervino prima di entrare a Zermatt. Con nostro grande disappunto trovammo che, essendo venerdì, di carne non se ne poteva avere, e Backhouse affermò di non averne affatto mangiata, anche se il fatto di aver pranzato assi presto ci insinuò qualche sospetto. Così non rimediammo altro che omelette e brontolii per l’imprevidenza della signora Pezzé a rifornirsi di sufficienti provviste per i suoi attesi ospiti. La verità era che la casa si trovava sottosopra a causa della malattia della padrona e tutte le incombenze gravavano su una figlia volonterosa che fece del suo meglio e mostrò un po’ più di intraprendenza di quella offerta dallo stesso tipo di cameriere in Tirolo, mentre per la signora Pezzé lei non era che una semplice nullità. I suoi quattro maschi avevano lasciato del tutto la casa per arruolarsi nell’esercito Italiano, fatto non raro per i giovani, considerando il malcontento nel Veneto.

Sabato 3 giugno

Avevamo chiesto un portatore che fosse pronto alle 6, e sotto la sua guida lasciammo Caprile affrontando il ripido sentiero che si alza dietro il villaggio. Faceva già caldo e lo sgradito peso dello zaino non aumentava il piacere di arrancare su un ripido pendio e quando dopo un’ora abbondante raggiungemmo Colle Santa Lucia, nostra prima cura fu di chiedere in giro per un portatore. Questo villaggio, che dovrebbe trovarsi 1200 piedi sopra Caprile, occupa il coronamento di un sommità allungata e domina una magnifica veduta sulla Val Fiorentina fino al torreggiante Pelmo alla sua testata. Mentre si cercava il portatore trovammo della birra in un piccolo negozio che per il bizzarro assortimento della mercanzia ci rammentava gli empori dei villaggi inglesi. La birra fu spillata fresca e spumosa e ci rinfrescò molto dopo un’ora di torrida camminata. Per entrare in Valle Fiorentina dovemmo prima fare una lunga deviazione intorno all’ingresso della Val Zonia 29 e risalire considerevolmente a Selva, un villaggio sul pendio orientale alto sopra il fiume. Lì vicino ci fu mostrato il luogo dove pochi anni prima era scesa una valanga di fango e si era portata via mezza dozzina di case con i loro abitanti30. Il sentiero ora corre attraverso numerosi villaggi disseminati sui pendii e si mantiene in quota fino a Pescul, dove raggiunge il torrente di fondovalle. Qui ci imbattemmo in una locanda “All’ingresso dei Montagni (sic)” dal aspetto promettente, ma all’interno non trovammo nessuno e così non potemmo giudicare la qualità della loro birra. L’itinerario ora si snoda tra radure boscose sulla riva sinistra del torrente e di lì a poco piegammo a sud e avanzammo direttanente nel circo formato dai grandiosi dirupi del Pelmo. Ci fermammo a pranzare accanto al corso d’acqua, proprio sotto al luogo dove emerge dal terreno su un tappeto erboso davvero delizioso. Il Pelmo ben merita uno studio da questo punto di vista, è una delle più imponenti individualità delle Dolomiti e visto sia da lontano che da vicino non c’è nulla di paragonabile alla sua alta torreggiante sommità. Il nostro sentiero si svolge attorno al limite dei pendii di detrito che giacciono sotto i suoi dirupi, poi inizia a salire il fianco orientale con una successione di comodi zig-zag. Questi ci condussero all’ospizio di Durona, un edificio solitario situato sopra la pineta e usato come rifugio in inverno, poiché il passo è tenuto aperto tutto l’anno e il postino porta le lettere di Caprile dalla carrozzabile principale per questo itinerario. Dopo aver contornato un costone erboso, vedemmo di fronte la Forcella Forada, una sella posta al piede dello sperone nord del Pelmo. Questa non ha alcuna delle caratteristiche di quelle che avevamo ultimamente traversato, è semplicemente una stretta cresta erbosa che culmina nei detriti, molto simile ai soliti passi con mulattiere dell’Oberland Bernese. Comunque il panorama era molto bello, poiché ci trovavamo nel cuore delle Dolomiti. Guardando alle nostre spalle avevamo la Marmolada e la Civetta, quest’ultima la esaminammo con interesse. Il suo versante orientale, quello probabilmente più accessibile, è ben visibile sopra la bassa cresta della Forcella Staulanza. Le nuvole nascondevano parzialmente la vetta e così non potemmo individuare una evidente linea di salita, ma su questo versante le sue rocce son ben lungi dall’essere a picco, e il primo serio assalto molto probabilmente avrà successo31. Naturalmente i locali lo dichiarano “inaccessibile”, ma ciò significa solo “non salito”, sia in Tirolo che non infrequentemente anche altrove. Aldilà della valle di Ampezzo sorgono le imponenti masse delle Marmarole e della Croda Marcora, mentre la maestosa cima dell’Antelao venne in vista un poco più in basso. Una cappella sorge proprio sotto il colle e accanto ad essa trovammo un accumulo di neve in cui rinfrescare il nostro vino. Questa presenza di neve in ogni avvallamento ombroso sopra i i 6000 piedi era il solo segno della stagione a ricordarci quanto presto avevamo iniziato le nostre escursioni. Più in alto sulla montagna la sola differenza percepibile era che i crepacci erano rari e molti pendii che più tardi sarebbero stati di ghiaccio ora erano coperti di buona solida neve; entrambe queste condizioni erano ovviamente favorevoli alle nostre scalate. E così i pascoli appena liberati dal loro candido manto invernale, erano splendenti nei colori primaverili. Genziane e nontiscordardimé rivaleggiano nei colori con la policromia dei pendii erbosi che riveste le rive del Tamigi durante la gara di canottaggio tra le Università. Più in basso l’intero pendio di rododendri alpini esplode in una massa di fiori con rare orchidee che si celano tra le radure boschive. Anche gli uccelli sono tutti vivamente presenti, e ogni valle ha un suo cucù che compete, cercando ciascuno di zittire il rivale del boschetto vicino. In breve, chiunque voglia visitare le Alpi lo faccia almeno una volta in maggio e giugno. Più bel tempo, maggior durata del giorno, freschezza della vegetazione, possibilità di osservare i molti nuovi aspetti della natura, compenseranno ancor più alcuni trascurabili inconvenienti. Scendemmo poi per veloci pendii erbosi alle rive di un piccolo torrente accompagnandolo nella sua ripida discesa, finché il nostro sentiero confluì in una carrareccia diretta a destra in una fitta pineta. Qui ci colse il solito temporale pomeridiano e, come sempre, fece il suo corso lasciando dietro di se una magnifica serata. Oltrepassato un bel terreno boscoso e ondulato, una pessima mulattiera sassosa ci condusse attraverso Villanova a Borca, sullo stradone per la valle d’Ampezzo. Entrammo nella locanda sulla strada, un alto edificio bianco, e chiedemmo una carrozza per Cortina, distante un’ora e mezza su per la valle. Il locandiere non fece alcuna difficoltà, era solo desideroso che gli chiedessimo dell’altro oltre il pane e il formaggio già ordinatogli. Di lì a poco capimmo che di carrozza ve n’era solo una e questa non era affatto pronta. L’obiettivo del nostro corpulento oste era quello di tenerci lì il più a lungo possibile e ci diede l’impressione che fosse un furbo imbroglione. Lasciati metà dei nostri ad attendere la carrozza promessa, Tuckett ed io ci incamminammo verso la zona desolata per la frana caduta alcuni anni fa dagli incombenti dirupi dell’Antelao32. Alla modesta stazione di posta di Resìnego trovammo libera una carretta e ben presto i suoi sonagli risuonarono, risalendo in velocità la valle dalle cime grigie, che come aspetto dà l’idea di un paesaggio più norvegese che svizzero. Gradualmente s’allontanavano il Pelmo, l’Antelao e la Cima Marcora mentre la severa Tofana prendeva il loro posto come guardiana della valle. Poi le montagne sembrarono arretrare e l’alto campanile di Cortina apparve nel mezzo di una vasta conca di pascoli punteggiata di villaggi. Attraversammo la cittadina, notevole per i suoi grandi edifici come una piccola Samaden, fino alla locanda di Ghedina, una costruzione alquanto vasta e decorata esternamente con affreschi di bellissimi cavalieri, che sembravano usciti da una sfilata con in testa un Lord Major. Le camere degli ospiti al piano superiore sono particolarmente spaziose e confortevoli. L’interno è tappezzato di quadri di fattura locale – il figlio del locandiere – i ritratti sono molto espressivi, specialmente quelli della “haus-mutter”, dal volto malinconico e segnato, e l’autoritratto dell’artista in costume tirolese. Anche altri due fratelli sono pittori di professione. Fummo felici di fare di nuovo un’ottima cena e di coricarci con la prospettiva di una domenica di riposo dopo la nostra prima settimana di escursioni.

Domenica, 4 giugno

Giornata triste e piovosa che trascorremmo in tutta tranquillità. La cittadina era affollata da paesani provenienti in massa dai villaggi vicini, ed era una festa di costumi variopinti. La pioggia insistente aveva impedito agli uomini il consueto gioco delle bocce e di conseguenza passavano il tempo in animate discussioni al riparo di ampie tettoie. A mezzogiorno il proprietario pranzò con un numeroso gruppo di amici, che in seguito ci fecero sloggiare dal soggiorno a causa del loro pessimo tabacco. Il nostro pranzo consistette nella ricottura di ciò che era avanzato nei loro piatti. Infatti i Ghedina si ritengono così importanti da trattare i loro clienti come se avessero loro elargito un favore ad ospitarli ed esercitavano la virtù tirolese di indipendenza, libertà dal servilismo e tutta quell’insieme di atteggiamenti, fino ad un punto assai poco gradito ai viaggiatori inglesi. Nel pomeriggio il cielo si schiarì e noi salimmo per un tratto lungo il sentiero per il Passo Tre Croci, quindi seguimmo una traccia che si inoltrava in una ripida pineta fino ad un angolo selvaggio che supponemmo sulla via per la Croda Marcora, ma capimmo poi essere il suo accesso sul lato di Auronzo del passo. Il tempo ci sembrò abbastanza promettente così decidemmo di partire alle 23.30 per San Vito, nella speranza che con la notte ci potessimo assicurare una limpida veduta mattutina dall’Antelao, che ci riservasse un ultimo sguardo a Venezia. Al nostro ritorno trovammo la più grande delle difficoltà nell’ottenere le provviste pronte o qualsiasi altra cosa. Le figlie di casa non condividevano i talenti dei loro fratelli, ed erano incapaci e tarde senza speranza a capire, come la madre che, impegnatissima a giocare a carte con qualche vecchio poco di buono che era capitato li, naturalmente non poteva essere interrotta per redigere il nostro conto. Alla fine dopo che Tuckett aveva quasi del tutto perso la pazienza per la crassa stupidità che aveva reso persino le richieste per le carrozze materia di un’ora di chiacchiere, sistemammo il tutto e ci coricammo nei nostri letti.

Lunedì 5 giugno.

Appena dopo l’ora stabilita partimmo in due carrette con conducenti un po’ brilli che sfogavano la loro esuberanza con gli squilli potenti dei loro corni ad ogni casa che passavamo. La notte era scura e nuvolosa, ma anche le stelle che vi brillavano attraverso ci sembravano una chiara speranza per una bella mattinata. Dopo un’ora e mezza di sobbalzi, fummo depositati presso una locanda a lato della strada dove, ci fu detto, si prendeva il sentiero per la Forcella Piccola. Dentro l’edificio un gruppo numeroso era ancora impegnato a giocare a carte, che sembra essere il divertimento preferito della domenica notte per i paesani del distretto d’Ampezzo. La compagnia all’interno era all’apparenza abbastanza ubriaca, mentre i nostri vetturini erano appena sufficientemente sobri per ricevere il pagamento del loro servizio.

Perdemmo quasi immediatamente il sentiero sui ripidi prati dietro San Vito; non trovammo comunque difficile tenere la direzione per il vallone oltre il quale si scorgeva il passo con il piede della cresta nord dell’Antelao. In breve raggiungemmo i pendii di detrito scistoso che formano questo lato della montagna e scalarli al buio era molto simile al rimontare per un’ora la parte più ripida della spiaggia di Brighton. Ad ogni gradino le piccole pietre ti potevano tradire e i muscoli avevano un bel lavorare nel contrastare la tendenza a scivolare del piede, così erano necessari due gradini per guadagnarne uno in altezza. Il mattino irruppe sul Pelmo di fronte a noi e ci rivelò le più distanti sagome della Civetta e della Marmolada. Mentre rimontavamo il canale che porta alla cresta le nebbie ci raggiunsero e prima che arrivassimo al culmine iniziò una fredda e insistente pioggia che scoraggiò del tutto le nostre speranze per l’Antelao. Riluttanti ad abbandonare la montagna, quando era così a portata di mano, ci riparammo per mezz’ora tra dei massi, ma nessun miglioramento del tempo intervenne e di malavoglia fummo costretti a scendere. Per quanto ne potevamo vedere, la cresta che portava alla vetta sembrava essere facile; la montagna è stata più volte salita da tedeschi e nel 1864 anche da Lord Douglas, il cui nome incontrammo spesso per tutto il Tirolo. Il vallone sul lato orientale del passo è molto selvaggio e racchiuso da tutti i lati da rocce a precipizio. Di sentiero ve n’era ben poco e lo perdemmo, perciò dovemmo arrampicarci per almeno mezz’ora su pendii densamente infestati da mughi che, oltre a innaffiarci completamente, ostacolavano in continuazione la nostra progressione. Recuperammo infine il sentiero e presto raggiungemmo un terreno pianeggiante, dove il torrente ha pavimentato il fondo valle di piccoli massi. Dopo questo la valle curvò alquanto ad angolo retto verso sud e sull’altro versante della valle del Piave una magnifica cresta accidentata di dolomia chiudeva la vista. In quel momento aveva smesso di piovere e sebbene le nuvole coprissero pesantemente l’Antelao, le montagne più basse erano in gran parte visibili. Dopo una sosta per la colazione presso un tributario che scendeva dalle montagne a est, ci calammo rapidamente su pendii pascolivi, passando numerose baite a fianco del torrente che presto traversammo sul lato destro. Il sentiero ora si sviluppava sul fianco della montagna, lasciando il corso d’acqua a trovare la suo via attraverso una profonda forra prima di unirsi al Piave. Presto il villaggio di Calalzo ci apparve di fronte, una massa di costruzioni che sembravano non finite, annerite dalla fuliggine e per la gran parte prive di intonaco. Pochi minuti ancora e raggiungemmo la strada della valle del Piave e con una camminata di un miglio ci portammo a Pieve di Cadore, un notevole abitato costruito su un pianoro addossato alla montagna e circondato da campi e alture riccamente boscose. La nostra prima visita fu all’ufficio postale, dove Tuckett attendeva delle lettere. Mentre stavamo aspettando, fummo oggetto di una invadente curiosità da parte dei giovani del posto, che si tenevano poi a una certa distanza intimoriti dal solo maneggio casuale di un alpenstock o piccozza. La nostra marcia verso la locanda attraverso la piazza principale, con il palazzo del comune illustrato nel libro di Gilbert e Churchill, fu un corteo e la ressa difficilmente arginabile per non esserne sommersi, specie quando riuscimmo a raggiungere la locanda, all’apparenza assai male in arnese. Il padrone era sporco e cencioso come il suo edificio, ma fu molto gentile e ci consigliò di andare al “café” a mangiare, verso il quale immediatamente ci condusse. Era un esercizio alquanto primitivo, con un piccolo banco e una grande sala dall’aspetto di una cantina, riempita di lunghi tavoli di legno. Ci sorbimmo dell’eccellente limonata e una favolosa quantità di quei piccoli dolci che gli italiani fanno così bene. Nel frattempo quelli che potevano permetterselo entrarono nella sala e ordinarono “petito verres” (sic) per poter meglio esaminare gli stranieri mentre i bambini e gli indigenti a turno osservavano dalle finestre situate proprio a livello del pianterreno. Dopo una visita al farmacista e alla casa di Tiziano, le nostre carrette erano pronte, e trottammo fuori dal paese per la medesima strada dalla quale eravamo entrati. Per le prime poche miglia con una continua discesa si raggiunge il livello del fiume, che si segue fino a Lozzo per una larga e aperta valle, le cui basse pendici sono ben coltivate, mentre fitti boschi rivestono la fascia media delle montagne che hanno il solito aspetto dolomitico. C’era a volte una certa somiglianza col paesaggio della Valle del Reno Anteriore. Sopra Lozzo la strada passa alla riva sinistra del fiume su un ardito bel ponte, ed entra in una gola molto pittoresca tra bei boschi. In questo tratto ad ogni curva potevamo osservare un qualche nuovo aspetto del paesaggio. Alla confluenza del Piave con l’Ansiei l’uomo per una volta ha aggiunto interesse alla bellezza naturale, innalzando su due corsi d’acqua un ponte a tre vie. Un pilastro è stato costruito al centro del fiume, dal quale due archi gemelli si slanciano verso le opposte rive, mentre un terzo collega entrambi alla lingua di terra che si proietta tra i convergenti corsi d’acqua. Con questa ingegnosa soluzione di un ponte a Y, gli abitanti di Auronzo si sono dotati di una comunicazione con entrambi i lati della bassa valle al costo di un solo piccolo arco supplementare, invece di costruire due ponti distinti. Ora la nostra strada dava l’addio al Piave e seguiva il corso dell’Ansiei verso Auronzo. Ci avvicinammo quindi ai piedi di una bella altura erbosa e la contornammo alla sua base, dopo la quale la valle si apriva a noi improvvisamente verso est e ovest ad angolo retto rispetto il suo precedente andamento. Essa apparve come una enorme trincea dai lati abbastanza uniformi, oltre la quale a nord sorgeva un accidentato profilo di guglie dolomitiche. Tra i prati si trovavano borghi sparsi, o piuttosto una serie di piccoli villaggi caratteristici per le loro chiese in stile più o meno classico, le cui cupole e i più bassi porticati sembravano male accordarsi con l’ambiente circostante. Vi sono due locande, entrambe nella parte più lontana del villaggio, una sulla strada e l’altra quasi prospiciente ma posta un poco più in alto. Fummo guidati alla seconda: il suo aspetto era del tutto poco promettente, ma al piano superiore trovammo camere da letto pulite e ci fu assicurato del cibo. Al piano terra le camere che ci avrebbero voluto assegnare non erano invitanti, era il buco più sporco che vidi nelle Alpi orientali, dove le locande sono di regola pulite, per quanto male in arnese possano essere. Passammo la serata all’aperto, erano solo le 20, ad osservare i locali al gioco delle bocce, praticato con molto vigore. C’erano due campi di gioco appartenenti alla rispettive locande concorrenti, entrambe erano affollati di giovani giocatori vestiti con eleganza. Certamente era il giorno anniversario di qualche santo (ci sono più festività di santi in Tirolo che a Eton, e sono considerate giornate di vacanza più che feste religiose) e tutti si stavano divertendo. Molti tra gli uomini erano ben vestiti e non c’era alcun segno di povertà poiché il comune di Auronzo è, come suggerisce il suo nome, ricco di boschi e ricava molto denaro dalla vendita di legname. Così è in grado di edificare chiese dall’architettura originale e costruire eccellenti strade e ponti che avevamo notato sul nostro cammino. E’ un peccato che non si faccia qualcosa per le sue locande che sono le peggiori possibili. Il nostro pranzo arrivò dopo un tempo più lungo di quanto promesso e poi la più stupida delle cameriere ci servì piatti cucinati nel peggiore dei modi, tutto nell’ordine sbagliato e a intervalli lunghissimi. La padrona della locanda, essendo il suo marito un incapace, non era in grado di servire due cose alla volta e ogni portata doveva essere separata: prima le zuppe, poi le patate, poi la frittata, coperta di magri bocconi, chiamati carne ad esser generosi, ma senza nessuna qualità nutriente. Dopo una passeggiata serale in cui incontrammo una crinolina che vestiva a modo una signora in compagnia del marito, ci infilammo a letto, l’unico posto pulito della locanda.

Martedì 6 giugno.

Una mattinata serena scacciò la nostra paura che il tempo fosse permanentemente variabile. In questo ultimo giorno nelle Dolomiti ci proponevamo di superare lo spartiacque a nord di Auronzo ed entrare nella Valle di Sesto, molti sentieri di montagna erano segnati sulla carta militare33, e tra questi scegliemmo il più occidentale che, portandoci attraverso la Val Marzon, probabilmente ci avrebbe offerto le vedute più belle. Ad Auronzo non potemmo avere che poche o nessuna informazione sui luoghi, se non una vaga assicurazione che una via esisteva. Partimmo alle 5 del mattino per risalire la valle, alla fine della quale c’è una bella strada che conduce verso il Tre Croci e Cortina d’Ampezzo. A circa un’ora e un quarto da Auronzo una notevole valle laterale si apre a nord, la Val Marzon, verso la quale ci volgemmo e in cui il sentiero si addentrava in una fitta abetaia che rivestiva tutti i pendii circostanti. Quanto prima arrivammo sopra una deliziosa radura con un brillante prato verde. Il bosco la circondava da ogni parte e da qui dominavamo le lontane cime delle Marmarole e della Croda Marcora, splendenti nel sole del mattino. Qui ci sbagliammo, tratti in inganno da una traccia per boscaioli che ci portò troppo lontani sul fianco orientale; non trovammo comunque alcuna difficoltà nel riguadagnare il giusto sentiero un poco più in alto accanto al torrente, e in circa un’ora di cammino dall’entrata della Val Marzon raggiungemmo il punto in cui il rivolo dalla Val Cengia esce da una gola situata sul versante a destra. Avevamo già oltrepassato l’imbocco della Valle Campedelle attraverso la quale un facile passo conduce a Landro sulla carrozzabile di Ampezzo. Ora come guida non c’era altro che un sentierino appena tracciato; da qui salimmo rapidamente lungo il torrente che si agitava e increspava nel suo letto sassoso in una gola stretta e ombrosa. Qui trovai una magnifica orchidea che uno sogna di poter conservare. Dopo una inzuppata nell’attraversare un corso d’acqua, seguii i miei compagni su un terreno impregnato di sorgenti che sgorgavano da sotto ogni masso. Sul posto asciutto che potemmo trovare ci fermammo per una colazione. Alla sommità dello stretto vallone emergemmo in un recesso boscoso dominato a destra da una grandiosa serie di cime precipiti; direttamente in fronte a noi ripidi pendii sembravano condurre verso ancora più elevati pianori sulla montagna. Una lunga e affannata tirata su pendii, sui quali avevamo lasciato alle spalle gli ultimi pini, ci portò a un rilievo che dominava la confluenza di due canali rocciosi. Le tracce di sentiero, ora scarsamente individuabili, indirizzavano a est in zone parzialmente innevate. Ci alzammo su un vasto altopiano erboso, che giaceva come un ripiano contro la massima cresta del gruppo, conosciuto col nome di “Pian del Cavallo34. Decidemmo che salire direttamente la cresta ci avrebbe portato troppo a sinistra, e di conseguenza rimontammo un pendio erboso che portava a un pianoro più piccolo e concavo, il cui centro era occupato da un chiaro e luccicante laghetto35. La tentazione di un bagno fu irresistibile e tre della comitiva si fermarono per approfittare dell’opportunità. Al di là del lago dovemmo rimontare un ripido pendio seguito da un ancor più piccolo pianoro e con una breve tirata finale raggiungemmo lo spartiacque36 in 5 ore di cammino da Auronzo. Guardammo in basso verso nord alla testata del ramo occidentale37 della Ober Bacher Thal38, punteggiata di baite e laghetti39, uno di questi chiazzato con ghiaccio galleggiante, oltre la quale i Tre Scarperi alzavano verso il cielo il loro roccioso coronamento, una ben rappresentativa cima dolomitica. Nostra prima idea era scendere il ramo occidentale della Ober Bacher Thal e poiché la cresta su cui stavamo sembrava salire ad un nodo orografico40 a destra ad una distanza molto breve, Tuckett ed io camminammo lungo di essa e trovammo che le cose stavano proprio come avevamo intuito; la leggera ulteriore arrampicata di circa 200 piedi ci poneva nel punto dove la cresta laterale separante i due rami che ho menzionato fa capo alla cresta spartiacque e ci diede la possibilità di scelta per quale strada discendere. Il percorso da fare sembrava quasi uguale, ma il ramo orientale prometteva di gran lunga lo scenario più grandioso, così chiamammo i nostri compagni e le guide a raggiungerci e ci sedemmo a goderci il panorama. Se ben ricordo lo sviluppo delle catene vicine nascondeva i Tauri e il Grossolano, ma il panorama a ovest comprendeva le più importanti montagne dolomitiche, specialmente i versanti settentrionali delle Marmarole e del Monte Cristallo. Molte cime nevose del Tirolo occidentale spuntavano tra le aperture delle creste dolomitiche che ci attorniavano. Il lato settentrionale della cresta era formato da una vasta distesa inclinata con rocce miste a neve, come è comune in queste parti delle Alpi. Tenendoci ancora lungo lo spartiacque verso il suo punto più basso a destra41, trovai pile di pietre erette come punti di riferimento per poche centinaia di piedi sotto il culmine, una prova che sia un passo diretto usato dai pastori; ovviamente noi avevamo fatto una notevole deviazione. La testata della valletta nella quale stavamo scendendo è uno dei più grandiosi e caratteristici esempi di scenari rocciosi nelle Dolomiti. Una magnifica torre, il Coll’Agnello della mappa42, si elevava isolata alla nostra destra oltre la quale una serie di dirupi splendidi sia nelle forme che nei colori circondava lo Zwölfer stein43, un largo sperone simile a una parete, slanciato verso la valle di Sesto. Tutto considerato, tra gli scenari dolomitici la giudicherei seconda solo alla “Brenta Alta44 e a livello della valle di San Lucano. E’ intensamente caratteristica per il suo slancio violento e selvaggio, riscontrabile solo nelle più strane strutture dolomitiche, che imprime nella mente sensazioni di qualcosa di soprannaturale. Dopo scivolate sulla neve e arrampicate su massi scendemmo di nuovo per un sentiero che percorremmo lungo un torrente in una stretta gola dove una spessa coltre nevosa non si era ancora sciolta. Lo scenario continuava ad essere dei più selvaggi e il sentiero dei più malagevoli finché per una ripida discesa si raggiunge la confluenza dei corsi d’acqua delle due forre nella Ober Bacher Thal. In seguito il percorso si svolge in una corsia erbosa tra distese di mughi, finché un poco più in basso entrammo in una prateria simile a un parco, disseminato di baite. Alle nostre spalle la veduta delle cime che avevamo lasciato era grandiosa e, sebbene in teoria fossimo di fretta per poter avere il tempo di poter ordinare un pranzo a San Candido, Tuckett ed io eravamo costretti a fermarci per ammirarla. Con la discesa il più piacevole possibile, si entra nella Valle di Sesto un miglio sopra il villaggio con cui condivide il nome. Qui ci fermammo un minuto per avere del vino che si rivelò pessimo. Fortunatamente il nostro tedesco era allo stesso livello, così ci fu risparmiato il diluvio di domande alle quali toccò poi a Tuckett e Backhouse rispondere. Il villaggio di Sesto è sparso e si estende in lunghezza, ma in nessun altro aspetto è simile a quelli che avevamo visto ultimamente. Il cambiamento dal Veneto al Tirolo di lingua tedesca era immediatamente evidente. Le case erano costruite tutto in legno, con balconi e frontoni secondo lo stile di quelle del Cantone Berna, sebbene forse non così elaborate. Ogni cosa appariva pulita e ordinata, a cominciare dalla stessa popolazione, e in sintonia con la generale armonia del paesaggio. La valle di Sesto possiede parecchie delle caratteristiche delle valli del nord Tirolo, voglio dire che i loro vasti verdi pascoli, i dolci pendii boscosi, e l’aspetto in genere li avvicina a dei parchi. A un primo piano con questi caratteri si contrappone uno sfondo dei più singolari, che Mr. Churchill definisce dolomiti “Artic-looking”, e che occupa tutto attorno l’orizzonte meridionale. La veduta dal villaggio verso la Ober Bacher Thal ben ripagherebbe un pittore di una visita in questo luogo solitario che possiede tutti i requisiti per un carattere sublime della pittura. Camminammo molto velocemente giù per la strada che porta a San Candido oltrepassando numerose segherie, alimentate dall’acqua del torrente che corre impetuoso a unirsi e raddoppiare la giovane Drava. A circa mezz’ora da Sesto passammo a sinistra l’imbocco della Valle Campo di dentro con la Punta dei Tre Scarperi e la sua grandiosa corona rocciosa sovrastante le pinete. La bassa dorsale che ci separava dalla valle della Drava ora spingeva il torrente in una pittoresca piccola gola boscosa, al centro della quale un cartello indirizza ad una stazione termale45, frequentata principalmente da contadini benestanti e cittadini di Lienz. In un’ora da Sesto (camminando veloci) entrammo nella valle della Drava di fronte a San Candido, distante solo 5 minuti. Dopo una dovuta indagine e molte riflessioni, scegliemmo la nostra locanda e ordinammo il pranzo. Quindi Fox ed io andammo all’ufficio postale dove mi attendevo di trovare lettere. Il solo addetto all’ufficio postale era una vecchia donna intenta a stirare ed eccessivamente di malumore per essere stata interrotta. Ella negò del tutto di avere delle lettere per me, guardandomi con ostilità perché insistevo nel cercare tra la scarsa corrispondenza che era racchiusa in un contenitore di vetro appeso alla parete. Con mia sorpresa non potei scoprire nulla e non so proprio se pensare che il Governo Austriaco si fosse appropriato della mia Saturday Review o la vecchia signora li abbia custoditi altrove e poi dimenticati in qualche cassetto o armadio. In mezz’ora il resto della comitiva arrivò e facemmo onore a un buon pranzo e una eccellente birra, prima di disporci per il viaggio a Sillian. I nostri cavalli erano impetuosi e ci condussero rapidamente attraverso le bellezze del più bel tratto dell’alta valle della Drava. I Tre Scarperi apparirono a lungo sopra le alture che si frapponevano, e quando sparirono vennero in vista di fronte a noi le dolomiti di Sillian e Lienz. Ci sistemammo alla stazione di Posta, un ampio e confortevole edificio posto all’estremità orientale del villaggio, dove pranzai lo scorso anno quando attraversai in diligenza questa regione46. Dopo cena ci interrogammo sulle escursioni dei giorni successivi che ci dovevano condurre attraverso il ramo occidentale della Villgraten Thal a un colle di circa 7000 piedi, col quale avremmo raggiunto Hopfgarten, nella Defereggen Thal e proseguire, attraversata la Isel Thal, su fino a Kals: una ben lunga giornata di cammino per quella distanza. Un individuo dall’aspetto molto rispettabile entrò in conversazione con noi e suggerì che poteva provvederci di un portatore che conosceva la strada. Presto venimmo a conoscenza che questo amico era un costruttore di corde, e il proposto portatore un suo assistente. Di conseguenza non fu una sorpresa trovare che le nostre idee sulla adeguatezza della remunerazione per una giornata d’impiego del portatore differisse, e ne derivò una lunga e diplomatica discussione. Il nostro amico a fingere di non avere interessi particolari in materia. Nel frattempo una banda di ottoni entrò nella piccola stanza in cui eravamo seduti e iniziò suonare una melodia così stonata e forte da interferire gravemente nel prosieguo della trattativa. Fu un bel vedere il fabbricante di corde investire inaspettatamente con ingiurie i poveri musicisti e intimar loro di uscire. Se ne andarono mansueti come agnelli, in modo del tutto dissimile al comportamento che avrebbe tenuto il loro inglese fratello in arte. Questo intralcio accelerò la conclusione della trattativa con un accordo con cui da parte nostra non utilizzavamo il portatore oltre la località di Huber, dove avremmo dovuto attraversare la Isel Thal, a circa 12 miglia da Lienz e da dove avrebbe potuto facilmente tornare con un mezzo. Dopo un cortese congedo al nostro disinteressato amico, che si dichiarò profondamente grato di essere stato utile a noi, ci ritirammo nelle nostre confortevoli camere superiori.

1D.W.Freshfield. La Traversata delle Alpi. Itinera Alpina, Milano 2014, p. 121.

2Così annota Coolidge in: Tuckett A Pioneer in the high Alps p. 200.

3Tuckett A Pioneer in the High Alps London 1920 p. 226

4Purtroppo “conservava” il prezioso documento è da tempo irreperibile.

5Mumm Alpine Club Register 1864-1876, p.119.

6Richter Erschliessung der Ostalpen, vol III, p. 396.

7“Come sono bizzarri questi inglesi”

8Sezione del Kunsthistorisches Museum che raccoglie le armature dal Castello di Ambras a Innsbruck.

9Désirée Artôt (1835-1907) famosa mezzosoprano belga.

10Postumia

11Gran candelabro

12Poche settimane prima, il 9 aprile, era terminata la guerra di Secessione americana.

13The Dolomite Mountains”, pag. 442.

14In italiano nel manoscritto

15E le due guide?

16Ora Col di Prà.

17Croda Granda nel diario.

18Curiose formazioni geologiche nel Surrey (GB) in terreni calcarei, avvallamenti circolari di origine carsica. Successivamente F. annota sul diario “probabilmente scavati da un ghiacciaio poi scomparso”.

19Poema di Byron.

20Più probabilmente la Cima di Manstorna

21“la vacca”

22Nel diario Val di Pravitali

23Nel diario Cima Cimedo

24Dal diario non risulta abbiano salito la Cima della Rosetta, come invece indicato sulla Guida Monti CAI-TCI.

25 Freshfield e compagni traverseranno la Bocca di Brenta il successivo 1 luglio, e l’Adamello due giorni dopo.

26Acrobata francese che traversò le cascate del Niagara su una fune.

27Lord Francis Douglas (1847 -1865) che, conquistato il Cervino il 14 Luglio 1865, sarebbe poi precipitato in discesa.

28passabile

29Ora Valle di Codalonga, la Valle di Zònia ne è la parte superiore

30Frana caduta nella notte del 5 novembre 1851 dal Col Marce sul villaggio di Piai facendo 16 vittime.

31E un protagonista sarà proprio Tuckett quasi esattamente 2 anni dopo

32In realtà caduta il 21 aprile 1814 e descritta dal geologo Catullo, seppellì Taulen e Marceana facendo 280 morti.

33Freshfield la chiama “Venetian map”, probabilmente la carta militare austriaca del Lombardo-Veneto

34Ora Pian di Cengia basso

35Lago di Cengia, posto sul Pian di Cengia alto

36Probabilmente l’attuale Forcella del Pian di Cengia.

37Val Sassovecchio – Altensteiner Tal

38Val Fiscalina

39Alpe dei Laghi – Böden Alpe

40Nel diario “knotenpunkt” corrispondente all’odierno Il Panettone 2616 m.

41Passo Fiscalino

42È in realtà la Croda dei Toni o Zwölferkofel. Coll’Agnello è uno dei rari toponimi presenti sulla carta militare austriaca, dove però è posto più a sud della Croda dei Toni.

43Più probabilmente La Cima Undici o Elferkofel

44Con Brenta Alta Freshfield indica in realtà la Tosa col Crozzon di Brenta, che vide l’anno prima.

45Bagni di San Candido

46Conclusa la traversata da Thonon a Trento.

Testo già apparso su tre fascicoli di Alpi Venete  nel 2015/2016

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