Cinquecentosette anni fa Leonardo da Vinci “fotoreporter di guerra” a Milano

L’anno 1511 a Milano cominciò e finì proprio male. Non che i precedenti anni fossero stati migliori; da un decennio infatti il Ducato di Milano era occupato dai francesi di Luigi XII che avevano spodestato Ludovico il Moro ormai morto miseramente in prigionia.

“Venuto il novello anno millecinquecentoundici, cominciando al giorno cinque di Genaro, poi sucessive sino a dì 12 Febraro venne si alta la neve, che nova cosa fu a grande recordacione de viventi; et molti tecti, non potendo il tanto peso sostenere, non senza morte di alcuni ruinorno” Così inizia la storia di quell’anno il cronachista contemporaneo Giovanni Andrea Prato (1) testimone del ventennio 1499-1519, periodo tra i più infelici della nostra storia. Era in pieno svolgimento la reazione degli stati italiani contro i francesi, con il papa Giulio II a capo della Lega Santa, “et il Sancto Patre, ultra modo acceso d’ira contra Francesi, ordinò de fare uno generale consiglio a loro perdicione” e “pensossi di novo aiuto; cioè de tirarsi Elveci (o Sviceri che dir vogliamo) al soldo suo…alla caccia dei Galli. Et così stabilito il pensiero, mandò da loro Sviceri sue ambascerie, offrendoli onorevole stipendio, et de fare cardinale il vescovo Valese, loro primario, se al soldo suo venire volessero; unde…conclusero di accettare la partita; et per capara de ciò ricepettero cento mille ducati rogorini, con promessa di venire all’impresa”. Nuvole di tempesta si stavano perciò avvicinando di nuovo a Milano e certi spaventevoli segni inquietavano. “Ma prima che più che avanti col calamo scorra, dirò si como il giorno quarto di Settembre, a ore due di nocte, et anche alle septe, apparve in aere in Milano un tal splendore di corrente foco, che parea refarsi il giorno; et da alcuni entro vi fu veduto una similitudine di grossa testa: il che diede alla città gran meraviglia e spavento; et simile ancora accadette la nocte seguente, alle nove ore. Poi dopo pochi giorni, ultra al fiume Adda cascorno da cielo molte prede, le quale, raccolte nel Cremasco, de libre undici et de libre octo, di colore simile di pietra arsa” …(meteoriti?)… “Ma alli Sviceri ritornando, dico, come avendo egli uno exercito di venticinque mille pedoni in ordine, posto in servicio del Papa, se vennero al confine di questo stato, et con poca resistenzia, el giorno ultimo di novembre non senza danno de’ ricevitori, introrno in Varese”. Controllati a distanza dai Francesi gli Svizzeri con a capo il vescovo di Sion Schiner, novello cardinale per meriti ”militari”, avanzavano inesorabilmente verso Milano.

Che facessero sul serio lo si capì quando a Milano ripararono “di schioppo feriti Monsignor Lutrech, Monsignor de la Palisse et altri valenti soldati. Unde a Milano per si novo evento naque grandissimo spavento, et si ordinò una tassa de diciotto mille ducati, la quale si riscosse per assoldare sei milla fanti in augmento del campo Francese, acciò tutti insieme fussero sufficienti a contrastare a questi inculti barbari. Li quali, il giorno duodecimo di Decembre, essendo il campo dei Francesi retirato nel Borgo di Porta Comasina, se ne vennero a Rho; et finalmente, vedendo egli non esser dal nemico aspectati, se deliberarono venire a Milano: E così el giorno decimoquarto del nominato mese, con grande abondanzia di freddo et carastia de victualia (fuorché di rape), circa alle refossi de Milano s’accamporno. Unde nella città ognuno stava in arme, et le bastie furono redrizzate, et il ponte di Sant’Angelo et alcuni altri furono rotti…” Le munitissime difese della città, la stagione inclemente, la mancanza di “comeato”, conseguenza della miseria in cui era caduto il territorio milanese, spensero gli ardori bellici degli Svizzeri che “vedendo nullo utile proficuo operare, vennero in S. Angelo a parlamento coi Francesi. Et finalmente non più di Papa Julio ricordandosi, se ne ritornorno a casa loro; non però egli fra di loro egualmente concordevoli. Et che vero fussi, ne lo andarsene verso l’alpe septentrionali, parte de loro, con barbaresco animo (che tanto è a dire barbaro, quanto che crudele inculto et matto), dierno el foco alla Casa Bianca a Bresso, a Aforo, ad Niguarda….” e via via incendiarono i paesi e villaggi incontrati nella loro ritirata.

E Leonardo da Vinci? In quei drammatici giorni è presumibile che se ne stesse al sicuro entro la ben difesa Milano. Dopo averla lasciata nel 1499 alla caduta del Moro, vi era tornato dal 1506 per brevi periodi e stabilmente tre anni dopo. I Francesi lo avevano insistentemente richiesto e accolto a braccia aperte ammirati dal suo genio. Da un osservatorio quale un torrione del Castello Sforzesco poteva quindi agevolmente osservare i movimenti delle truppe svizzere e proprio da qui fissare su un foglio a sanguigna i drammatici momenti della loro ritirata, disegnando anzi, “fotografando” in presa diretta in due giorni successivi i due barbari incendi appiccati ai poveri villaggi a Nord di Milano. Il disegno è ora conservato nelle collezioni Reali di Windsor col numero di catalogo R L 12416.

Accanto alle apocalittiche volute di fiamme e fumo Leonardo ci ha lasciato anche due annotazioni relative ai rispettivi incendi, indicando le date e l’ora degli avvenimenti, tutto ciò in perfetta sintonia con le descrizioni del Prato. Poiché le annotazioni di Leonardo col tempo si stavano deteriorando Francesco Melzi, il suo allievo preferito, assai più tardi le sovrascrisse a penna. Da queste rileviamo le date del 16 dicembre a “ore 15″ (ovvero le 9 del mattino, dal momento che le ore si contavano dall'”Angelus”, a dicembre circa alle 6 di sera) per il primo incendio che probabilmente si riferisce a Bresso (il primo villaggio indicato dal cronista Prato) e il 18 dicembre per il secondo incendio (sempre a “ore 15”) che si potrebbe attribuire al sobborgo di Niguarda, situato a destra rispetto a Bresso e più vicino a Milano, come rappresentato nel disegno e, come indica il Prato, avvenuto successivamente. Non sembra corretta l’indicazione aggiunta da Melzi sull’incendio del 18 dicembre di Dexe, interpretata come Desio, in quanto troppo distante da Milano (oltre 15 km) per essere l’incendio così visibile come nel disegno, mentre Bresso e Niguarda distano solo 7 e 5 km. Probabilmente la maggiore rilevanza dell’abitato di Desio, e quindi la maggiore risonanza del fatto,  si era mantenuta nella memoria del Melzi, suggerendogli al momento del suo intervento, assai posteriore, quella attribuzione.

L’importanza di questo disegno, oltre a quella storica, sta nel fatto che, appartenendo a un medesimo un gruppo eseguiti con analoga preparazione a sanguigna (e perciò vengono indicati come la “Serie Rossa”), ne ha permesso la comune datazione attorno al 1511.

A questa serie appartengono alcune vedute di paesaggi di grande importanza nella storia della raffigurazione delle Alpi. Queste sono infatti in assoluto i primi veri ritratti di montagne alpine (2). Il disegno meglio eseguito ritrae le montagne del Lecchese riprese in una limpida giornata dal centro di Milano e chiunque abbia familiarità con le nostre montagne prealpine riconoscerà le piramidi gemelle delle Grigne. In alto a destra il Pizzo Arera che quando è sereno troneggia al fondo di via Padova.

(1) Giovanni Andrea Prato Storia di Milano dal 1499 al 1519. Pubblicato da Vieusseux, Firenze, 1842; pp. 281 – 287.

(2) Angelo Recalcati Le Prealpi Lombarde ritratte da Leonardo da Vinci. Pubblicato su: Achademia Leonardi Vinci. Journal of Leonardo Studies and Bibliography of Vinciana Edited by Carlo Pedretti,Vol. X 1997.

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